Campagne 12 min

La guerra di Spagna (1808-1814)

Dalla trappola di Bayonne alla caduta di Giuseppe, sei anni di guerra nella penisola: il Dos de Mayo, Bailén, Saragozza, la guerriglia, Wellington. Perché questa guerra logorò l'Impero e che cosa costò alla Spagna.

Dal Portogallo a Madrid

La questione spagnola comincia a Lisbona. Il Portogallo, vecchio alleato dell'Inghilterra, rifiutava di chiudere i propri porti al commercio britannico, e Napoleone non poteva lasciare aperta una simile breccia nel Blocco continentale. Il 27 ottobre 1807 il trattato di Fontainebleau, firmato con la Spagna di Carlo IV, autorizzò le truppe francesi ad attraversare la penisola e prevedeva già la spartizione del Portogallo. Junot entrò a Lisbona il 30 novembre 1807, il giorno dopo la partenza per il Brasile della famiglia reale portoghese, imbarcata con la corte su navi protette dalla flotta britannica.

Dietro Junot, le truppe continuarono ad affluire in Spagna. All'inizio del 1808 guarnigioni francesi si insediarono, di sorpresa o con l'astuzia, in piazzeforti del nord come Pamplona, Barcellona, San Sebastián e Figueras. Napoleone non parlava più di semplice transito. La Spagna era un alleato indebolito: un re indolente, Carlo IV, una regina, Maria Luisa, e soprattutto il favorito Manuel Godoy, «principe della Pace», odiato da buona parte della nobiltà e del popolo. Il principe delle Asturie, Ferdinando, erede al trono, cospirava contro di lui e contro i propri genitori.

La crisi scoppiò ad Aranjuez il 17 e 18 marzo 1808. Una sommossa rovesciò Godoy e il 19 marzo Carlo IV abdicò in favore del figlio, che divenne Ferdinando VII. Il 23 Murat, che Napoleone aveva posto a capo delle truppe francesi in Spagna, entrò a Madrid; Ferdinando vi fece il suo ingresso il giorno seguente, accolto con entusiasmo. Ma Murat non lo riconobbe come re. Napoleone aveva trovato l'occasione che attendeva: due sovrani che si contendevano una corona e che avevano entrambi bisogno di lui.

Bayonne: la corona di Spagna

Napoleone giunse a Bayonne il 14 aprile 1808. Vi attirò Ferdinando VII, che varcò la frontiera il 20 aprile convinto che l'Imperatore avrebbe confermato il suo titolo, e poi Carlo IV e la regina, che arrivarono il 30. I colloqui furono una messinscena dall'inizio alla fine. Il 5 maggio Carlo IV cedette i propri diritti a Napoleone; il 6 Ferdinando restituì la corona al padre, prima di rinunciare a sua volta ai propri diritti. L'intera famiglia reale fu internata in Francia, Ferdinando e i suoi congiunti nel castello di Valençay, proprietà di Talleyrand.

Napoleone diede allora la corona al fratello maggiore Giuseppe, fino ad allora re di Napoli, dichiarato re di Spagna e delle Indie con un decreto del 6 giugno 1808. Giuseppe era un uomo colto e un riformatore sincero, privo di gusto per la guerra. Un'assemblea di notabili spagnoli, riunita a Bayonne in giugno e luglio, adottò uno statuto che teneva luogo di costituzione: uguaglianza davanti alla legge, abolizione dei privilegi, apertura a riforme ispirate alla Francia. Una parte delle élite, gli afrancesados, vi vide l'occasione di modernizzare la Spagna. Giuseppe entrò a Madrid il 20 luglio. A Napoli gli succedette Murat.

L'operazione era stata condotta con una facilità che spiega l'errore di calcolo. Napoleone pensava di ricevere una corona senza combattere, come tante altre, e trascurò un fatto essenziale: l'attaccamento degli spagnoli alla loro dinastia, alla loro Chiesa e ai loro costumi locali, che la deposizione di Ferdinando colpì in pieno. La Spagna non era né l'Italia né la Germania.

Il Dos de Mayo e l'insurrezione

La scintilla partì da Madrid prima ancora che si conoscesse l'esito di Bayonne. Il 2 maggio 1808 una folla si radunò davanti al palazzo reale per impedire la partenza degli ultimi membri della famiglia reale rimasti nella capitale. I soldati francesi spararono; il tumulto divenne insurrezione. Murat represse con violenza: la cavalleria, tra cui i mamelucchi della Guardia, caricò nelle strade, in particolare alla Puerta del Sol. Nella notte tra il 2 e il 3 maggio, madrileni arrestati con le armi in pugno, o semplicemente per strada, furono fucilati a gruppi sulla collina della Montaña del Príncipe Pío. L'indomani la città era calma. Il resto del paese non lo era più.

Di notte, un plotone di soldati con lo sciaccò, visti di spalle, prende di mira un uomo in camicia bianca con le braccia alzate, davanti a corpi insanguinati; un grande lume posato a terra illumina la scena
Francisco de Goya, Il 3 maggio 1808 a Madrid: le fucilazioni sulla Montaña del Príncipe Pío, 1814, olio su tela. Madrid, Museo del Prado. Pubblico dominio, Wikimedia Commons.

Goya, allora pittore di corte, tradusse quelle giornate in due grandi tele dipinte nel 1814, dopo il ritorno di Ferdinando VII: la carica dei mamelucchi e le fucilazioni. La seconda è diventata l'immagine universale del massacro di innocenti da parte di un esercito regolare, tanto che vi si legge spesso più di un episodio: un giudizio sulla guerra stessa.

Nelle settimane seguenti la Spagna si coprì di giunte, comitati locali che arruolavano truppe e governavano in nome di Ferdinando VII: nelle Asturie alla fine di maggio, poi a Siviglia, Valencia, Saragozza e in Galizia. Queste giunte inviarono emissari a Londra, dove il governo britannico, fino ad allora in guerra con la Spagna, cambiò campo in pochi giorni e promise armi e denaro. Un conflitto che Napoleone credeva di risolvere con una semplice occupazione divenne una guerra nazionale, combattuta in nome del re, della religione e della patria. In settembre una Giunta suprema centrale si insediò ad Aranjuez per coordinare lo sforzo.

Bailén, il primo rovescio

Napoleone aveva inviato varie colonne a pacificare il paese. Nel sud il generale Dupont ricevette l'incarico di raggiungere l'Andalusia e Cadice. Prese Cordova il 7 giugno 1808, che fu saccheggiata, e si trovò poi isolato, a capo di giovani coscritti sfiniti dal caldo dell'estate andalusa e carichi di bottino. Si ritirò verso nord. Il 19 luglio, a Bailén, ai piedi della Sierra Morena, si scontrò con l'esercito d'Andalusia dei generali Castaños e Reding, più numeroso e meglio posizionato, e non riuscì né a forzare il passaggio né a raggiungere i rinforzi.

Il 22 luglio Dupont capitolò con quasi 18 000 uomini. Per la prima volta un corpo d'armata napoleonico si arrendeva in campo aperto. Il disastro militare fu limitato, ma l'effetto psicologico fu enorme: in tutta Europa si seppe che l'esercito imperiale non era invincibile. Gli spagnoli, da parte loro, non rispettarono la convenzione firmata, che prevedeva il rimpatrio dei prigionieri: i prigionieri furono inviati su pontoni a Cadice e poi deportati sull'isola di Cabrera, nelle Baleari, dove molti morirono.

A sinistra il generale spagnolo Castaños, cappello in mano, circondato dai suoi ufficiali; al centro il generale francese Dupont, in uniforme blu, si inchina consegnandogli la spada; a destra soldati francesi vinti e, sullo sfondo, il fumo del campo di battaglia
José Casado del Alisal, La resa di Bailén, 1864, olio su tela. Madrid, Museo del Prado, pubblico dominio, Wikimedia Commons.

Giuseppe, rimasto soltanto undici giorni a Madrid, lasciò la capitale il 1º agosto e si ritirò dietro l'Ebro con la maggior parte dell'esercito. In Portogallo Wellesley sbarcò in agosto con un corpo britannico; batté Junot a Vimeiro il 21, e la convenzione di Sintra, firmata il 30 agosto, permise ai francesi di evacuare il paese con le loro armi, trasportati dalla marina britannica. In poche settimane la penisola era sfuggita a Napoleone. E la sconfitta incoraggiò l'Austria, che cominciò a riarmarsi.

Napoleone in Spagna

L'Imperatore decise di venire di persona. Dopo l'incontro di Erfurt con Alessandro, lasciò Parigi alla fine di ottobre 1808, giunse a Bayonne il 3 novembre e raggiunse l'esercito a Vitoria. Interi corpi erano stati richiamati dalla Germania. Poche settimane bastarono a rovesciare la situazione. Gli eserciti spagnoli, dispersi, furono battuti a Gamonal e a Espinosa de los Monteros il 10 e 11 novembre, poi a Tudela il 23 da Lannes. Il 30 novembre, al passo di Somosierra, che sbarrava la strada di Madrid, i cavalleggeri polacchi della Guardia presero alla carica le batterie spagnole che difendevano il valico. Madrid capitolò il 4 dicembre.

A Chamartín, alle porte della capitale, Napoleone emanò vari decreti destinati a imprimere al regno di Giuseppe un marchio rivoluzionario: abolizione dell'Inquisizione e dei diritti feudali, soppressione delle dogane interne, riduzione del numero dei conventi. Si volse poi contro l'esercito britannico del generale John Moore, avanzato fino a Sahagún nel nord-ovest, e si lanciò all'inseguimento attraverso la sierra de Guadarrama, con un tempo orribile. Moore si ritirò verso la costa e Napoleone, informato dei preparativi dell'Austria e degli intrighi parigini, affidò l'inseguimento a Soult.

Il 16 gennaio 1809, a La Coruña, Soult attaccò gli inglesi che si imbarcavano; Moore fu ucciso, ma i suoi uomini riuscirono a evacuare. L'Imperatore era già ripartito: lasciò Valladolid verso il 17 gennaio e non tornò più in Spagna. Ne ricavò la convinzione di aver ristabilito la situazione, ed era un errore. Aveva vinto battaglie, ma si lasciava alle spalle un paese vasto, accidentato, ostile, che i suoi luogotenenti avrebbero dovuto tenere senza di lui, con mezzi sempre più contati.

Una guerra senza fronte

Ciò che gli spagnoli avevano perso in battaglia campale lo riguadagnarono con la piccola guerra. La parola guerrilla, in spagnolo «piccola guerra», entrò nel vocabolario europeo. Bande di contadini, contrabbandieri, soldati sbandati e a volte sacerdoti, i guerrilleros, sorsero sulle montagne di Navarra, Aragona, Castiglia e Galizia sotto capi come Juan Martín Díez, detto «l'Empecinado», o Francisco Espoz y Mina. Assalivano i convogli, uccidevano gli isolati, tagliavano i corrieri. I francesi dovevano scortare ogni dispaccio e impiegare migliaia di uomini per presidiare strade che non controllavano mai davvero. La repressione, spesso feroce, alimentava l'odio che avrebbe dovuto spegnere.

Giuseppe aveva poca autorità reale. I generali francesi governavano ciascuno la propria provincia come un feudo e Napoleone, da Parigi, restava l'unico a decidere. Alcuni, come Suchet in Aragona e poi a Valencia, si sforzarono di amministrare e pacificare, con successi reali; altri vivevano sul paese. Nel 1810 Soult conquistò quasi tutta l'Andalusia, ma non poté prendere Cadice, assediata da febbraio 1810 ad agosto 1812. Dietro le sue mura si riunirono, a partire da settembre 1810, Cortes straordinarie che il 19 marzo 1812 promulgarono una costituzione liberale, la quale proclamava la sovranità della nazione.

Combattimento urbano in una città in rovina: soldati all'assalto di un convento sventrato, corpi a terra, fumo e macerie
Louis-François Lejeune, L'assedio di Saragozza: l'assalto al convento di Santa Engracia, 8 febbraio 1809, 1827, olio su tela. Museo nazionale dei castelli di Versailles e Trianon. Pubblico dominio, Wikimedia Commons.

Gli assedi della guerra si sono impressi nella memoria. A Saragozza, difesa dal generale Palafox, i francesi tolsero un primo assedio il 14 agosto 1808, poi tornarono in dicembre. Il secondo assedio durò fino al 20 febbraio 1809: bisognò prendere la città casa per casa, convento per convento, tra combattimenti corpo a corpo, mine e contromine, mentre la fame e le epidemie devastavano gli assediati. La capitolazione giunse quando decine di migliaia di abitanti e di soldati, civili compresi, erano già morti. Girona resistette allo stesso modo, fino a dicembre 1809. Saragozza e Girona sono diventate in Spagna nomi di leggenda.

Tra il 1810 e il 1820 Goya incise una serie di ottantadue stampe, I disastri della guerra, pubblicate soltanto nel 1863. Non glorifica nessuno: mostra esecuzioni, stupri, carestia, cadaveri abbandonati lungo le strade, senza distinguere gli schieramenti. È forse la migliore testimonianza di ciò che fu quella guerra per chi la subì.

Wellington e il Portogallo

Per tenere la penisola, la Gran Bretagna si appoggiò al Portogallo, di cui riorganizzò l'esercito. Wellesley, tornato in aprile 1809 dopo che Soult aveva preso Oporto, scacciò quest'ultimo dal nord del paese in maggio. Penetrò poi in Spagna e, con le truppe spagnole del generale Cuesta, diede a Talavera, il 27 e 28 luglio 1809, una battaglia che britannici e alleati tennero di fronte a Giuseppe, Victor e Jourdan. Fu nominato visconte Wellington di Talavera ma, per mancanza di viveri, dovette ripiegare verso la frontiera portoghese.

Preparò allora, nel più grande segreto, una linea di fortificazioni a nord di Lisbona, le linee di Torres Vedras, costruite tra l'autunno 1809 e l'autunno 1810. Nell'estate 1810 Masséna, che comandava l'armata del Portogallo, invase il paese. Prese Almeida in agosto, ma i suoi assalti furono respinti a Buçaco il 27 settembre, e in ottobre scoprì, sbalordito, le linee davanti alle quali si fermò. Per quasi un mese restò di fronte alle fortificazioni senza poterle espugnare, poi si ritirò a Santarém, dove il suo esercito patì la fame, perché Wellington aveva devastato le campagne. Soltanto in marzo 1811 ripiegò verso la Spagna, lasciando migliaia di morti di malattia e di fame, senza contare la popolazione portoghese.

La guerra del 1811 fu fatta di battaglie indecise e sanguinose: Fuentes de Oñoro all'inizio di maggio, dove Masséna cercò invano di soccorrere Almeida, poi La Albuera il 16 maggio, dove Soult affrontò Beresford in uno degli scontri più micidiali della guerra. Nel 1812, mentre Napoleone ritirava le sue migliori unità per la Russia, Wellington passò all'offensiva. Prese Ciudad Rodrigo in gennaio e Badajoz in aprile, poi batté Marmont a Salamanca il 22 luglio. Giuseppe lasciò Madrid e Wellington vi entrò il 12 agosto. Nello stesso anno Soult evacuò l'Andalusia e tolse l'assedio di Cadice. Il fallimento di Wellington davanti a Burgos in autunno lo riportò in Portogallo, ma il sud della Spagna era perduto per i francesi.

La caduta (1813-1814)

Dopo la Russia, Napoleone aveva bisogno di uomini e richiamò dalla Spagna quadri e reggimenti. Giuseppe comandava eserciti indeboliti, con il maresciallo Jourdan come maggior generale. Il 21 giugno 1813, a Vitoria, Wellington gli inflisse una sconfitta completa: quasi tutta l'artiglieria e le salmerie furono abbandonate, compresi i tesori accumulati a Madrid. Giuseppe fuggì; l'Imperatore gli tolse il comando e lo affidò a Soult.

In luglio Soult lanciò nei Pirenei una controffensiva, a Maya, Roncisvalle e poi Sorauren, che fallì. San Sebastián fu presa e incendiata il 31 agosto. Il 7 ottobre Wellington varcò il Bidasoa ed entrò in Francia. Combatté poi le battaglie della Nivelle, della Nive e di Orthez, prima di raggiungere Tolosa, dove affrontò Soult il 10 aprile 1814, pochi giorni dopo l'abdicazione di Napoleone, che i due eserciti ancora ignoravano.

Napoleone, da parte sua, cercò di uscire dall'impasse per via diplomatica. Con il trattato di Valençay dell'11 dicembre 1813 riconobbe Ferdinando VII come re di Spagna e ne accettò il ritorno, sperando di staccare così la Spagna dalla coalizione. Ma la reggenza di Madrid si rifiutò di ratificare il trattato. Ferdinando lasciò Valençay in marzo 1814; entrò a Madrid il 13 maggio. Un decreto del 4 maggio aveva già annullato gli atti delle Cortes e la costituzione del 1812, e ristabilito l'assolutismo. Gli afrancesados che avevano servito Giuseppe presero la via dell'esilio, a migliaia, verso la Francia. Giuseppe si ritirò in Francia, poi negli Stati Uniti dopo Waterloo, e tornò in Europa soltanto per morire a Firenze nel 1844.

Il bilancio

Gli storici concordano sull'essenziale. La guerra di Spagna ha immobilizzato per sei anni, su un teatro secondario, centinaia di migliaia di uomini che a Napoleone sarebbero mancati in Russia, in Germania e in Francia. Ha offerto all'Inghilterra un campo di battaglia terrestre dove poteva inviare un esercito e rifornirlo per mare, e dove si è formato Wellington. Ha minato la legittimità dell'Imperatore, che aveva tradito un alleato, e ha incoraggiato tutti i popoli d'Europa a credere che un esercito napoleonico potesse essere battuto. Per descriverla si è imposta l'espressione «ulcera spagnola». A Sant'Elena Napoleone avrebbe detto: «Questa sciagurata guerra mi ha perduto; tutte le circostanze dei miei disastri si legano a questo nodo fatale».

Non bisogna ridurre l'evento a un'unica causa della caduta dell'Impero: la Russia, il voltafaccia di Prussia e Austria e la stanchezza della Francia ebbero un ruolo almeno pari. Né si deve dimenticare il prezzo pagato in Spagna. Il paese uscì dissanguato dalla guerra: le perdite, civili e militari, si contano in centinaia di migliaia di morti, senza che se ne possa dare una cifra certa, e le campagne erano devastate. Gli anni seguenti furono segnati dalla lotta tra assolutisti e liberali, che riprodusse la divisione nata da questa guerra. In America il vuoto di potere a Madrid spinse le colonie a formare proprie giunte a partire dal 1809-1810, e il processo che le condusse all'indipendenza, negli anni Dieci e Venti, ebbe inizio allora.

Per gli spagnoli questo conflitto è la Guerra de la Independencia, un atto fondativo della nazione moderna, che Madrid celebra ogni anno il 2 maggio. Per i francesi fu a lungo una guerra vergognosa, una spedizione di cui si parlava poco. È attraverso la pittura di Goya, che non ha mai smesso di abitare i musei, che il mondo intero la conosce oggi.

Per approfondire

  • Thierry Lentz, Nouvelle histoire du Premier Empire, t. II, L'Effondrement du système napoléonien, 1810-1814, Fayard, 2004.
  • Charles Esdaile, The Peninsular War. A New History, Allen Lane, 2002.
  • David Gates, The Spanish Ulcer. A History of the Peninsular War, George Allen & Unwin, 1986.
  • Un testimone francese: Albert de Rocca, Mémoires sur la guerre des Français en Espagne, 1814.

Scopri altri articoli

Torna agli articoli

Per approfondire

Libri consigliati per andare oltre (link affiliati)

Vai al negozio completo →

In qualità di Partner Amazon, questo sito ottiene un guadagno dagli acquisti idonei.

Sostenere l’enciclopedia

Empire Napoléon è un progetto indipendente. Il tuo contributo aiuta a arricchire i contenuti e a mantenere il sito.

Fai una donazione

Scopri il progetto

Pagamento sicuro sulla piattaforma scelta.