Un giovane generale e un esercito da rifare
Il 2 marzo 1796 il Direttorio nominò il generale di brigata Napoleone Bonaparte, ventisei anni, comandante in capo dell'armata d'Italia. La nomina dovette molto a Barras, che aveva notato Bonaparte dopo la repressione dell'insurrezione realista del 13 vendemmiaio, e un po' anche al matrimonio che il giovane generale contrasse il 9 marzo con Giuseppina di Beauharnais, vedova creola ben introdotta nei salotti del Direttorio. Due giorni dopo le nozze, Bonaparte lasciò Parigi per raggiungere il suo esercito; giunse a Nizza il 27 marzo.
Ciò che trovò era ben lontano da un esercito da parata. I circa 38 000 uomini dell'armata d'Italia mancavano di paga, di scarpe e di pane; i magazzini erano vuoti, e i generali, veterani delle campagne alpine, accolsero con diffidenza quel nuovo arrivato spinto avanti più dagli intrighi parigini che da una reputazione sul campo. Bonaparte dovette imporsi ancor prima di combattere, di fronte a subordinati come Augereau o Masséna, più anziani e più esperti di lui.
Per il Direttorio, l'Italia era solo un teatro secondario: il colpo decisivo doveva venire dalla Germania, dove gli eserciti di Jourdan e Moreau dovevano marciare su Vienna risalendo il Danubio. A Bonaparte si chiedeva semplicemente di immobilizzare le forze austro-piemontesi che gli stavano di fronte, più di 50 000 uomini ripartiti tra l'esercito austriaco del generale Beaulieu e l'esercito sardo del generale Colli.
Non potendo contare su casse parigine ormai esauste, Bonaparte dovette fin dall'inizio improvvisare il vettovagliamento delle truppe sul paese attraversato. Fu anche il prezzo dell'autorità che doveva imporre a generali più anziani e meglio introdotti di lui: nelle prime settimane fece sentire il proprio pugno tanto con vittorie rapide quanto con la fermezza verso subordinati tentati di discutere i suoi ordini.
Montenotte, Millesimo, Dego: dividere per vincere
Bonaparte applicò fin dal principio il principio che avrebbe fatto la sua fama: colpire in fretta nel punto di giunzione tra due eserciti nemici per impedire loro di riunirsi, e batterli poi uno dopo l'altro. L'11 e il 12 aprile 1796, a Montenotte, impegnò circa 9000 uomini e diciotto cannoni contro i 6000 uomini e dodici cannoni del generale austriaco Argenteau, inviato in avanguardia. La posizione austriaca fu presa dopo un combattimento accanito; Argenteau perse quasi 3500 uomini, tra morti, feriti e prigionieri, oltre ai suoi cannoni, contro circa 200 perdite francesi.
La vittoria fu sfruttata subito. Il 13 e il 14 aprile, a Millesimo e poi al ridotto di Cosseria, l'esercito francese travolse i resti della colonna austriaca e parte delle truppe piemontesi accorse in loro soccorso. Il 14 e il 15 aprile, a Dego, un contrattacco austriaco sorprese per un momento i francesi, che tuttavia ripresero le posizioni e completarono la separazione dei due eserciti coalizzati. In quattro giorni, la congiunzione tra austriaci e piemontesi, su cui poggiava tutta la loro difesa, era spezzata.
Mondovì e l'armistizio di Cherasco: il Piemonte fuori dalla guerra
Lasciato a se stesso, il generale piemontese Colli tentò di coprire Torino. Il 21 aprile 1796, a Mondovì, il suo esercito fu sconfitto con gravi perdite. La strada del Piemonte era ormai aperta, e il re di Sardegna Vittorio Amedeo III, il cui regno aveva appena perso in pochi giorni le sue migliori truppe e le sue piazzeforti del Piemonte occidentale, chiese la pace.
L'armistizio di Cherasco, firmato il 28 aprile 1796, portò il Piemonte fuori dalla guerra: il regno cedette alla Francia le piazzeforti di Cuneo, Tortona e Alessandria e concesse il libero passaggio all'esercito francese sul proprio territorio. In meno di un mese, uno dei due avversari di Bonaparte era uscito di scena. Non gli restava che affrontare da solo l'esercito austriaco di Beaulieu, ripiegato a est, dietro il Po.
Il Po, l'Adda, Lodi: la strada per Milano
Beaulieu attendeva l'esercito francese a Valenza, convinto che avrebbe attraversato il Po in quel punto per proseguire verso est. Bonaparte lo ingannò facendo attraversare il fiume a Piacenza, ottanta chilometri più a valle, fuori dalla portata di un intervento rapido. Beaulieu evitò per un soffio l'accerchiamento, ma dovette abbandonare Milano e ripiegare dietro l'Adda, lasciando una retroguardia a difesa del ponte di Lodi.
Il 10 maggio 1796 l'esercito francese raggiunse questa retroguardia. Dopo un lungo duello d'artiglieria, una colonna di granatieri e carabinieri, trascinata da diversi generali lanciatisi in testa — Masséna, Berthier, Lannes —, prese il ponte sotto il fuoco di mitraglia. Le perdite francesi sono stimate, a seconda delle fonti, tra 350 e 900 uomini; gli austriaci ne persero circa 2000, per lo più fatti prigionieri. Sul piano militare lo scontro non fu affatto decisivo: il grosso dell'esercito di Beaulieu riuscì a sfuggire. Ma l'assalto al ponte colpì gli animi, e si raccontò poi, senza che alcuna testimonianza dell'epoca lo confermi, che quel giorno i soldati avessero soprannominato il loro generale il «piccolo caporale».
Il 15 maggio 1796 Bonaparte entrò a Milano, capitale della Lombardia austriaca. La città lo accolse come un liberatore; egli cominciò a imporre pesanti contribuzioni di guerra in denaro, cavalli e vettovaglie, che finalmente permisero di pagare e sfamare un esercito fino ad allora allo stremo. Il Direttorio, con le casse altrettanto vuote, ne approfittò senza riserve e inviò sul posto una commissione di scienziati — tra cui il matematico Gaspard Monge e il chimico Claude-Louis Berthollet — incaricata di scegliere, nelle collezioni italiane, i quadri e i manoscritti da spedire ai musei di Parigi. Nel giro di poche settimane, un generale sconosciuto al grande pubblico era diventato il padrone dell'Italia settentrionale.
Mantova assediata: tre soccorsi respinti
Con Beaulieu ricacciato indietro, all'Austria non restava in Italia settentrionale che una sola carta vincente: la fortezza di Mantova, chiusa tra laghi e paludi, dove si erano rifugiati i superstiti dell'esercito sconfitto. Nel giugno 1796 l'esercito francese ne iniziò l'investimento; le prime parallele d'assedio furono aperte il 4 giugno. Finché Mantova teneva, l'Austria conservava una testa di ponte per riconquistare l'Italia; se fosse caduta, l'intera provincia le sarebbe sfuggita.
Vienna inviò dunque, uno dopo l'altro, eserciti di soccorso. Il primo, comandato dal vecchio feldmaresciallo Wurmser, scese dal Tirolo alla fine di luglio 1796 e costrinse per un certo tempo Bonaparte a togliere l'assedio. Ma il 3 e il 4 agosto, a Lonato, e poi il 5 agosto, a Castiglione, dove circa 30 000 francesi affrontarono 25 000 austriaci, le colonne di Wurmser furono sconfitte una dopo l'altra: gli austriaci vi persero circa 3000 uomini e venti cannoni, contro 1300 perdite francesi, e dovettero ripiegare verso il Tirolo.
Wurmser ritentò in settembre, scendendo per la valle della Brenta. L'8 settembre 1796, a Bassano, il suo esercito fu di nuovo sconfitto: con circa 20 000 uomini per parte, gli austriaci persero quasi 600 tra morti e feriti, 6000 prigionieri, trenta cannoni e otto bandiere, contro 400 perdite francesi. Anziché ripiegare verso l'Austria, Wurmser si rifugiò con i resti del suo esercito proprio a Mantova, rinforzando suo malgrado la guarnigione assediata invece di liberarla. Nella città, circondata da stagni e paludi dove la febbre malarica si aggiungeva alla penuria di viveri, le scorte si esaurivano e la mortalità cresceva di settimana in settimana; il vecchio feldmaresciallo, che aveva trascorso la vita a combattere tanto i turchi quanto i francesi, si ritrovò prigioniero proprio della piazza che era venuto a salvare.
Arcole: la bandiera e la leggenda
Un terzo esercito di soccorso, affidato al generale Alvinczy, avanzò nel novembre 1796 su due colonne, una attraverso il Friuli verso Verona, l'altra attraverso il Tirolo verso Rivoli. La campagna cominciò male per Bonaparte, respinto a Bassano e poi a Caldiero. Ridotto a circa 18 000 uomini disponibili contro i 23 000 di Alvinczy, scelse di aggirare il nemico piuttosto che affrontarlo di fronte: Masséna e Augereau scesero lungo l'Adige fino a Ronco, in una zona paludosa dove ci si poteva muovere solo su strette arginature.
Dal 15 al 17 novembre 1796 si combatterono tre giorni di scontri accaniti su questi argini, intorno al villaggio di Arcole e al suo ponte sull'Alpone. Fu lì che si svolse l'episodio più celebre della campagna: il 15 novembre, per rilanciare un assalto bloccato dalla mitraglia, Bonaparte afferrò una bandiera e avanzò da solo sull'argine, prima di essere trascinato fuori dalla linea di tiro e cadere in un fosso, senza aver attraversato il ponte. Il villaggio fu preso definitivamente solo il terzo giorno, dopo assalti ripetuti.
Le perdite francesi ammontarono a circa 3500 morti e feriti e 1300 prigionieri o dispersi; gli austriaci ebbero circa 2200 morti e feriti, ma lasciarono 4000 prigionieri e undici cannoni. Il terzo tentativo di soccorso era fallito per un margine ristretto. L'episodio della bandiera, fissato già nel 1796 su tela dal pittore Antoine-Jean Gros, divenne ben presto un'immagine fondativa: in Arcole si vede spesso l'inizio della leggenda napoleonica.
Rivoli, la caduta di Mantova
Nel gennaio 1797 Alvinczy tentò una quarta e ultima volta di soccorrere Mantova. Il grosso del suo esercito, circa 28 000 uomini, doveva stavolta travolgere la divisione Joubert tra le montagne, a nord, mentre attacchi diversivi tenevano impegnati i francesi più a est. Ma le sue colonne, separate da un terreno difficile in pieno inverno, non raggiunsero insieme l'altopiano di Rivoli, tra il lago di Garda e l'Adige.
Il 14 gennaio 1797 Bonaparte, accorso con rinforzi fino a circa 22 000 uomini, schiacciò le colonne austriache una dopo l'altra man mano che si presentavano. La disfatta fu totale: su 12 000-14 000 perdite austriache, da 8000 a 10 000 uomini furono fatti prigionieri, insieme a una quarantina di cannoni, contro circa 3200 morti e feriti e 1000 prigionieri dalla parte francese. Una sortita tentata troppo tardi da Wurmser da Mantova fallì a sua volta.
Rivoli segnò il destino di Mantova. Sfinita da otto mesi di blocco, fame e malattia, che secondo alcune stime — tra cui quella dello storico David Chandler — causarono fino a 18 000 morti nelle sue file per tutte le cause, la guarnigione di Wurmser capitolò il 2 febbraio 1797: dei migliaia di uomini ancora contati sulla carta, appena 16 000 erano in grado di uscire dalla città con le proprie forze. L'Austria perse in un colpo solo la sua ultima piazzaforte nell'Italia settentrionale.
Da Tolentino a Campoformio: la pace imposta all'Austria
Caduta Mantova, Bonaparte si rivolse anzitutto contro papa Pio VI, i cui Stati avevano per un certo tempo sostenuto la coalizione. Il trattato di Tolentino, firmato il 19 febbraio 1797, costrinse la Santa Sede a cedere Avignone e il Contado Venassino, ad abbandonare le legazioni di Bologna, Ferrara e Romagna a favore della Repubblica Cispadana, a versare una pesante indennità e a consegnare al Louvre un centinaio di opere d'arte e manoscritti prelevati dalle collezioni pontificie.
Liberatosi di questo fronte, Bonaparte marciò verso nord-est, attraversò il Tagliamento e si spinse nei territori ereditari degli Asburgo in direzione di Vienna. La corte austriaca, temendo per la propria capitale, si risolse a negoziare: il 18 aprile 1797 furono firmati a Leoben i preliminari di pace. Nello stesso periodo, Bonaparte si servì di una rivolta antifrancese scoppiata a Verona a metà aprile, e poi dell'affondamento di una fregata francese da parte dei forti veneziani il 20 aprile, come pretesto per porre fine alla Repubblica di Venezia: il 12 maggio 1797 il Maggior Consiglio votò la propria dissoluzione, e l'ultimo doge, Ludovico Manin, abdicò.
Nei mesi seguenti, Bonaparte rimodellò a suo piacimento la carta dell'Italia settentrionale. La Repubblica Ligure, che sostituì l'antica Repubblica di Genova, fu proclamata nel giugno 1797; il 29 giugno, la Repubblica Cisalpina, con capitale Milano, nacque dalla fusione delle repubbliche Cispadana e Transpadana. Il trattato definitivo, firmato il 17 ottobre 1797 a Campoformio, un villaggio del Friuli, sancì questi sconvolgimenti: l'Austria cedette alla Francia i Paesi Bassi austriaci e riconobbe la Repubblica Cisalpina sulla Lombardia, ma ricevette in cambio la maggior parte degli antichi territori veneziani di terraferma, a est dell'Adige, oltre all'Istria e alla Dalmazia. La Repubblica di Venezia, che aveva attraversato undici secoli senza essere mai conquistata, scomparve dalla carta geografica.
Quell'accordo suscitò scandalo perfino in Francia: Bonaparte aveva negoziato da solo, senza attendere istruzioni dettagliate da un Direttorio tenuto a distanza, e aveva consegnato all'Austria una città che gli stessi francesi avevano per un momento sognato come repubblica sorella. Ma il trattato pose fine a cinque anni di guerra contro la Prima Coalizione, lasciò in campo il solo Regno Unito, e procurò alla Francia la riva sinistra del Reno e una posizione dominante nell'Italia settentrionale; il Direttorio, che non poteva permettersi di sconfessarlo, lo ratificò senza discutere.
Un metodo, una leggenda
Per diciannove mesi, un generale di ventisei anni aveva condotto da solo una guerra, governato milioni di abitanti, creato repubbliche, negoziato trattati e riempito le casse e i musei di Parigi, senza rendere conto seriamente a un Direttorio che incassava il denaro e lasciava fare. Rientrato in Francia, Bonaparte fu accolto come un eroe ed eletto all'Istituto di Francia il 25 dicembre 1797. Preoccupato della sua popolarità, il Direttorio approvò il 5 marzo 1798 il suo progetto di spedizione in Egitto, ben lieto di allontanare un generale divenuto ormai ingombrante.
In poco più di un anno, la prima campagna d'Italia aveva fissato il metodo che Bonaparte avrebbe ripetuto in tutte le sue guerre: colpire in fretta per impedire a nemici numericamente superiori di unirsi, cercare la battaglia decisiva piuttosto che la manovra prudente, sfruttare ogni vittoria fino in fondo. Essa creò anche, attorno al giovane generale con la bandiera di Arcole, un'immagine e una popolarità che né il Direttorio né i suoi stessi generali sarebbero più riusciti a contenere. Le repubbliche sorelle che aveva fatto nascere in Liguria e in Lombardia annunciavano, su scala ridotta, i regni vassalli con cui avrebbe circondato l'Impero un decennio più tardi.
Questa guerra saldò anche uno stato maggiore che avrebbe accompagnato Bonaparte fino all'Impero: Berthier, capo di stato maggiore di rara efficienza, sarebbe rimasto il suo braccio destro fino al 1814; Masséna, Augereau, Lannes e Sérurier sarebbero diventati marescialli dell'Impero otto anni dopo. Tra una battaglia e l'altra, Bonaparte trovava ancora il tempo di scrivere a Giuseppina, rimasta a Parigi, lettere appassionate in cui, sotto il generale vittorioso, traspariva l'amante inquieto — un contrasto che i suoi contemporanei, abituati all'immagine del vincitore di Arcole, avrebbero scoperto con una certa sorpresa alla pubblicazione della sua corrispondenza.
Per saperne di più
- Patrice Gueniffey, Bonaparte, 1769-1802, Gallimard, 2013.
- David G. Chandler, The Campaigns of Napoleon, Macmillan, 1966.
- Martin Boycott-Brown, The Road to Rivoli: Napoleon's First Campaign, Cassell, 2001.
- Jean Tulard (dir.), Dictionnaire Napoléon, Fayard, 1987.
- Fondation Napoléon, Correspondance générale de Napoléon Bonaparte, vol. I, Les Apprentissages, 1784-1797, Fayard, 2004.