Un prigioniero che sceglie il proprio giudice
Il 13 luglio 1815, davanti a Rochefort, Napoleone scrive al principe reggente d'Inghilterra. Si paragona a Temistocle, lo sconfitto di Atene che cercò rifugio presso il nemico, e chiede l'ospitalità delle leggi britanniche. Il giorno dopo sale a bordo del Bellerophon, la nave del capitano Maitland, convinto che gli sarà consentito di vivere da semplice privato in un angolo d'Inghilterra. Si sbaglia. Il governo di Londra, d'accordo con le altre tre grandi potenze della coalizione, ha già deciso di non correre il rischio di un secondo ritorno: dopo l'isola d'Elba serve un luogo da cui non si possa evadere.
La scelta cade su Sant'Elena, un'isola vulcanica dell'Atlantico meridionale, a più di 1 800 chilometri dalle coste africane più vicine. La convenzione firmata a Parigi il 2 agosto 1815 da Gran Bretagna, Austria, Russia e Prussia affida la custodia del prigioniero alla Gran Bretagna, mentre le altre potenze possono inviarvi dei commissari. Il 4 agosto, ancora a bordo del Bellerophon, Napoleone redige una protesta solenne: afferma di essersi affidato all'ospitalità dell'Inghilterra e di aver trovato soltanto la forza. Il Northumberland, agli ordini dell'ammiraglio Cockburn, salpa quattro giorni più tardi. Quel testo anticipa già ciò che saranno i sei anni successivi: un uomo che ha perso ogni potere sugli eventi si applica a dominare il racconto che ne sarà fatto.
La nave getta l'ancora davanti a Jamestown il 15 ottobre 1815. Napoleone viene alloggiato dapprima per qualche settimana presso la famiglia Balcombe, ai Briars, e poi, il 10 dicembre, si trasferisce a Longwood, su un altopiano ventoso e umido. Alcuni fedeli hanno ottenuto di seguirlo: il generale Bertrand, gran maresciallo di palazzo, con la moglie Fanny e i figli; il conte di Montholon e la moglie Albine; il generale Gourgaud; il conte di Las Cases, accompagnato dal figlio. Il cameriere Louis Marchand e alcuni domestici completano questa piccola corte, trapiantata all'altro capo del mondo.
Longwood: una corte in esilio
La vita vi si riduce dapprima a una noia ben organizzata. Napoleone va a cavallo finché glielo si permette, gioca a scacchi, si fa leggere ad alta voce, si dedica ogni tanto al giardinaggio, detta. Longwood House, già residenza estiva del vicegovernatore, è mal isolata, battuta dal vento, infestata dai ratti, e la nebbia vi persiste per giorni interi. Lo stato della casa e dei mobili fornirà agli esuli, e poi agli scrittori, un argomento ricorrente sulla durezza della prigionia.
La situazione peggiora con l'arrivo, nell'aprile 1816, del nuovo governatore, Sir Hudson Lowe. Questo ufficiale meticoloso ha ricevuto l'ordine di impedire qualsiasi evasione. Moltiplica i regolamenti: limiti alle passeggiate, presenza di un ufficiale britannico accanto a Napoleone, controllo della corrispondenza, restrizioni sui visitatori. I due uomini si scontrano anzitutto su una questione di protocollo. Per i britannici l'ex imperatore è ormai soltanto il «generale Bonaparte»; lui rifiuta questo titolo, che cancellerebbe insieme l'incoronazione e il riconoscimento che gli hanno accordato i sovrani d'Europa. Gli capita di restare chiuso in casa piuttosto che mostrarsi sotto un nome che non è il suo. Lowe, dal canto suo, riferisce a Londra ogni incidente, e la disputa assume ben presto i tratti di un processo pubblico, in cui entrambe le parti chiamano a testimone l'opinione europea.
La piccola società di Longwood non è più tranquilla. Le mogli di Bertrand e di Montholon, la promiscuità, le gelosie per le attenzioni dell'imperatore alimentano tensioni che il diario di Gourgaud, pubblicato soltanto nel 1899, riferisce con spietata franchezza. Gourgaud lascia l'isola nel 1818. L'irlandese Barry O'Meara, chirurgo di marina divenuto medico di Napoleone, viene allontanato nel 1818 dopo contrasti con Lowe. Nel 1819 arrivano il medico corso Francesco Antommarchi e due sacerdoti, gli abati Buonavita e Vignali. Nel frattempo la salute dell'imperatore peggiora lentamente.
Dettare per i posteri
A Sant'Elena Napoleone fa soprattutto una cosa: parlare. Già durante la traversata sul Northumberland, e poi negli anni di Longwood, detta a Las Cases, a Montholon, a Gourgaud e a Bertrand il racconto delle sue campagne e del suo governo. Torna sull'Italia, sull'Egitto, sul 18 brumaio, sulle guerre di Cesare e di Turenne, sulle cause della propria caduta. Corregge, annota, commenta i libri che gli arrivano dall'Europa, talvolta con grande vivacità. Una parte di queste dettature uscirà dopo la sua morte, nel 1823, con il titolo Mémoires pour servir à l'histoire de France sous Napoléon, écrits à Sainte-Hélène par les généraux qui ont partagé sa captivité.
Questo lavoro non ha nulla della confessione. Napoleone sa di rivolgersi a un pubblico futuro e da tempo è abituato a costruire la propria immagine: fin dalla campagna d'Italia del 1796 aveva fatto pubblicare giornali destinati all'esercito e alla Francia, e i suoi bollettini hanno poi fissato, per quindici anni, la versione ufficiale di ogni vittoria. A Sant'Elena il metodo è lo stesso, ma la posta in gioco cambia. Non si tratta più di governare il presente, ma di convincere il futuro. Le guerre diventano guerre difensive imposte dall'Inghilterra; il Consolato e l'Impero, il mezzo per salvare le conquiste della Rivoluzione; il dispotismo, una dittatura provvisoria che la pace avrebbe permesso di allentare. In questa versione l'imperatore voleva unire l'Europa sulla base delle nazionalità e dei principi liberali, e solo l'ostinazione dei suoi nemici gliel'avrebbe impedito.
Queste tesi non sono gratuite e alcune contengono una parte di verità. Napoleone ha effettivamente conservato, codificandole, le conquiste civili del 1789, come l'uguaglianza davanti alla legge, la libertà di coscienza e l'abolizione dei privilegi di nascita. Ma lo storico osserva che queste parole vengono da un uomo che riflette a posteriori, che seleziona i ricordi e che quasi non menziona il regime poliziesco, la censura, la coscrizione continua o il ripristino della schiavitù. Ciò che la tradizione chiamerà la «leggenda» non è un tessuto di menzogne: è un racconto abilmente selettivo, costruito proprio da colui che ne era l'eroe.
Il Mémorial di Las Cases
Fra tutte le testimonianze, quella di Emmanuel de Las Cases sarà la più duratura. Ex ufficiale di marina emigrato, poi passato all'Impero, ciambellano e quindi consigliere di Stato, ha seguito Napoleone a Sant'Elena con il figlio e tiene dal 1815 il diario delle conversazioni quotidiane. Vi annota i racconti dell'imperatore, i suoi giudizi sugli uomini, i ricordi d'infanzia, le riflessioni sulla religione o sulla politica. Nel novembre 1816 Lowe lo fa arrestare dopo la scoperta di una lettera clandestina; le sue carte vengono sequestrate, è espulso dall'isola e trattenuto al Capo prima di tornare in Europa. I manoscritti gli saranno restituiti soltanto dopo la morte di Napoleone.
Il Mémorial de Sainte-Hélène esce nel 1823 e ottiene un successo enorme, che per decenni non verrà meno. Il libro deve molto alla sua forma: né apologia continua né trattato di storia, ma una serie di conversazioni in cui sembra di sentire il prigioniero parlare accanto al fuoco, ora grave, ora ironico, ora familiare. Il lettore vi incontra un Napoleone stanco della gloria, attaccato alla libertà, vittima della coalizione e della perfidia inglese. È questo il ritratto che si imporrà nell'immaginario dell'Ottocento.
Il Mémorial va tuttavia letto con le consuete cautele. Las Cases ha redatto e rimaneggiato il proprio diario; lo ha fatto pubblicare in un momento in cui la Restaurazione sorvegliava da vicino questo genere di letteratura; e non nasconde il proprio attaccamento al suo signore. Gli storici vi vedono oggi una fonte preziosa sullo stato d'animo dell'esule e sul modo in cui voleva essere visto, assai più che un resoconto fedele dei fatti. Altri testimoni, con la loro franchezza o la loro ostilità, permettono di correggere il quadro: Gourgaud, spesso amaro; O'Meara, il cui Napoleon in Exile; or, A Voice from St. Helena esce a Londra nel 1822 e accusa duramente Lowe; Antommarchi, i cui Derniers moments de Napoléon escono nel 1825; e, sul versante britannico, lo stesso governatore e i suoi subordinati, che difendono la propria condotta.
La morte e il testamento
Dal 1820 la salute di Napoleone declina in modo evidente. Dolori allo stomaco, vomito, dimagrimento e stanchezza lo trattengono sempre più spesso in camera. Alla fine di marzo 1821 lascia ormai di rado il letto. Redige o detta le ultime volontà tra la metà di aprile e l'inizio di maggio. Il testamento, datato 15 aprile 1821, dichiara che muore nella religione cattolica, designa gli esecutori, distribuisce lasciti e ricordi ed esprime il desiderio che le sue ceneri riposino «sulle rive della Senna, in mezzo a quel popolo francese che ho tanto amato». Vi afferma inoltre di morire vittima dell'oligarchia inglese e del suo inviato, cioè di Lowe, accusa che sarà ampiamente ripresa in seguito.
Muore il 5 maggio 1821, alle 17.49, a cinquantun anni. L'autopsia, eseguita il giorno dopo da Antommarchi alla presenza di medici britannici, conclude per un'ulcera allo stomaco degenerata in tumore, male di cui era morto il padre Carlo nel 1785. Questa conclusione è stata più volte discussa a partire dal Novecento: l'ipotesi di un avvelenamento da arsenico, avanzata nel 1961, non ha retto all'esame della maggior parte degli specialisti, che parlano piuttosto di una malattia gastrica aggravata dal clima, dall'inattività e da cure debilitanti. Nulla prova un delitto.
La sepoltura ha luogo il 9 maggio, con gli onori militari resi dalla guarnigione britannica, in una valletta dell'isola che Napoleone amava per la sua sorgente. Lowe rifiuta l'iscrizione voluta dai compagni dell'imperatore, semplicemente «Napoleone», ed esige l'aggiunta di «Bonaparte». Il disaccordo è insanabile: la lastra resta anonima.
Il ritorno dell'immagine sotto la Restaurazione
Quando la notizia della morte giunge in Europa, nel corso dell'estate 1821, non provoca alcuna sollevazione. I Borbone sono rientrati, l'Europa è stanca di venticinque anni di guerra, e la notizia non suscita un'emozione politica visibile. Ma il ricordo dell'Impero, anziché dissolversi, si trasforma. I militari in mezza paga, i veterani, i liberali delusi dalla monarchia restaurata trovano nel nome di Napoleone un modo per esprimere il proprio malcontento. Il regime li sorveglia, vieta le immagini sediziose, ma non può impedire la circolazione di canzoni, stampe e almanacchi.
La letteratura accompagna il movimento. Béranger fa dell'imperatore un eroe popolare, in Le Vieux Drapeau nel 1820 e poi in Les Souvenirs du peuple nel 1828. Victor Hugo, dapprima monarchico, scrive l'Ode à la colonne nel 1827 e poi Lui nelle Orientales (1829), e la sua evoluzione verso la figura dell'imperatore rispecchia quella di un'intera generazione. Stendhal fa leggere il Mémorial a Julien Sorel in Il rosso e il nero (1830): il giovane ambizioso vi trova un modello di successo fondato sul merito, in un'epoca in cui la nascita e il favore hanno ripreso i loro diritti. Musset descriverà più tardi una gioventù nata dai racconti delle campagne e condannata a un secolo senza guerra né gloria.
Dopo la rivoluzione di Luglio del 1830, la monarchia di Luigi Filippo si appropria a sua volta di una memoria che non le era ostile. Nel 1833 fa rimettere in cima alla colonna Vendôme una statua di Napoleone, il «piccolo caporale» di Seurre, che la Restaurazione aveva sostituito con una bandiera bianca. L'Arco di Trionfo viene inaugurato nel 1836. Il regime cerca di conquistare l'opinione conciliando gli eredi della Rivoluzione e quelli dell'Impero, e scopre che non c'è mezzo migliore che fare dell'imperatore un eroe nazionale, al di sopra di ogni contesa di parte.
Il ritorno delle ceneri
È in questo spirito che il governo guidato da Adolphe Thiers decide, nel 1840, di chiedere a Londra la restituzione delle spoglie. Il ministro dell'Interno, Charles de Rémusat, lo annuncia alla Camera il 12 maggio 1840; viene votato un credito di un milione di franchi e il governo britannico dà il proprio assenso. Il principe di Joinville, figlio del re, comanda la fregata la Belle Poule, che salpa da Tolone in luglio e giunge a Sant'Elena in ottobre. L'esumazione avviene il 15 ottobre 1840, venticinque anni esatti dopo l'arrivo di Napoleone sull'isola. La bara viene consegnata ai francesi con gli onori e poi imbarcata per un lungo viaggio di ritorno.
La fregata tocca Cherbourg il 30 novembre. Le spoglie risalgono poi la Senna a bordo di un battello a vapore, la Dorade, fino a Courbevoie. Il 15 dicembre 1840, con un freddo intenso, un immenso corteo attraversa Parigi a partire dall'Arco di Trionfo: il carro funebre, trainato da sedici cavalli, scende gli Champs-Élysées, attraversa place de la Concorde e raggiunge gli Invalides, davanti a una folla compatta. Luigi Filippo riceve la bara all'ingresso della chiesa. Il re sperava di trarre profitto dal fervore popolare; la cerimonia servì soprattutto a rendere più presente una leggenda di cui altri avrebbero saputo approfittare.
La tomba definitiva, disegnata da Louis Visconti, sarà ultimata solo nel 1861. La bara resta quindi per più di vent'anni nella cappella di San Girolamo, prima di essere trasferita nella cripta scavata sotto la cupola, al centro di un grande sarcofago di quarzite. A quella data la memoria dell'imperatore non è più una posta dell'opposizione, ma un patrimonio dello Stato.
Dalla leggenda al potere
Il ritorno delle ceneri ha un effetto che i suoi organizzatori non avevano previsto. Nel 1840 Luigi Napoleone Bonaparte, nipote dell'imperatore, ha appena tentato ancora una volta di sollevare la guarnigione di Boulogne; nel 1839 aveva pubblicato le Idées napoléoniennes, in cui presenta l'Impero come una sintesi di ordine e progresso. Il principe beneficia dell'immenso capitale sentimentale accumulato attorno allo zio. Il 10 dicembre 1848 è eletto presidente della Repubblica con più del 74 % dei voti, e la leggenda imperiale, plasmata dal Mémorial, ha contribuito a questo risultato più sicuramente dei suoi programmi. Il Secondo Impero la prolunga: la medaglia di Sant'Elena, istituita nel 1857, è consegnata a oltre quattrocentomila superstiti delle guerre dal 1792 al 1815, e l'isola, con la casa di Longwood e la valle della tomba, viene acquistata dalla Francia nel 1858.
Questo successo si spiega con il fatto che la leggenda risponde a più attese insieme. Per gli uni Napoleone è l'erede della Rivoluzione, il soldato della libertà tradito dall'Europa dei re; per altri il restauratore dell'ordine, della religione e dello Stato; per altri ancora il capo che ha dato alla Francia la sua più grande gloria militare. Ciascuno può trovarvi ciò che cerca, e il prigioniero di Sant'Elena, oggetto di una sorta di martirio, sopporta l'ammirazione meglio del sovrano che aveva fatto gravare sul paese il peso della coscrizione.
Leggenda, controleggenda e storia
Il racconto di Sant'Elena ha suscitato a sua volta una controleggenda. La critica liberale, poi repubblicana, ricorda le guerre, la censura, la polizia di Fouché, le vittime di Spagna e di Russia. Hippolyte Taine, nelle Origines de la France contemporaine (dal 1875), traccia il severo ritratto di un condottiero italiano trapiantato al potere. Adolphe Thiers, al contrario, dedica all'epopea venti volumi di Histoire du Consulat et de l'Empire (1845-1862) che la servono, con talento, sotto veste di imparzialità. Tra questi due poli, la ricerca universitaria moderna, dalla scuola di Georges Lefebvre a Jean Tulard, autore del Mythe de Napoléon (1971), fino a Thierry Lentz, si sforza di distinguere l'attore dai suoi racconti.
Questo approccio richiede sfumature. È falso credere che tutto ciò che Napoleone disse a Sant'Elena fosse menzogna; è altrettanto falso vedervi una fonte neutra. Il «Napoleone liberale» del Mémorial si concilia male con il regime dei prefetti, con la censura del 1810 e con la coscrizione; ma rende conto anche di ciò che l'imperatore volle lasciare, cioè un'immagine. La cosa forse più notevole è che vi sia riuscito. Sconfitto, relegato, privato di titolo, di truppe e di trono, ha ottenuto dai posteri ciò che il potere non gli aveva sempre dato: un'adesione popolare duratura, che ancora oggi, due secoli dopo la morte, ne fa uno dei personaggi più studiati, discussi e commemorati della storia di Francia.
Per approfondire
- Jean Tulard, Le Mythe de Napoléon, Armand Colin, 1971.
- Jean Tulard, Napoléon ou le mythe du sauveur, Fayard, 1977.
- Thierry Lentz, Nouvelle histoire du Premier Empire, Fayard, 2002-2010.
- Emmanuel de Las Cases, Le Mémorial de Sainte-Hélène, 1823.
- Barry E. O'Meara, Napoleon in Exile; or, A Voice from St. Helena, Londra, 1822.
- Gaspard Gourgaud, Journal de Sainte-Hélène, pubblicato nel 1899.