Il 12 maggio 1797, sotto la minaccia delle truppe di Bonaparte, il Maggior Consiglio votò la fine di mille anni di Repubblica. Cinque mesi dopo Venezia veniva ceduta all'Austria con il trattato di Campoformio.
Contesto storico
Nella primavera del 1797 la Repubblica di Venezia aveva commesso l'errore di restare neutrale mentre la campagna d'Italia si combatteva sul suo territorio. Un incidente al Lido, dove una fregata francese fu cannoneggiata, fornì il pretesto. Bonaparte tuonò: «Sarò un Attila per Venezia.» Il 12 maggio il Maggior Consiglio votò la propria abolizione con 512 voti contro 20; Ludovico Manin, ultimo doge, si tolse il corno ducale dicendo che non gli sarebbe più servito.
Quel che seguì fu un mercanteggiamento dichiarato. Con il trattato di Campoformio del 17 ottobre 1797, Bonaparte consegnò Venezia, l'Istria e la Dalmazia all'Austria in cambio del Belgio e del riconoscimento della Repubblica Cisalpina. Non aveva consultato il Direttorio. Una repubblica millenaria barattata contro una frontiera: primo atto di una diplomazia in cui le nazioni sono gettoni.
Seguirono i prelievi: i quattro cavalli di bronzo della basilica di San Marco partirono per Parigi e furono collocati sull'arco di trionfo del Carrousel, insieme al leone della Piazzetta e a decine di dipinti. Sarebbero tornati nel 1815. Dopo Presburgo (1805) Venezia entrò nel Regno d'Italia; Napoleone vi soggiornò dal 29 novembre all'8 dicembre 1807.
L'occupazione francese lasciò un'impronta urbana duratura: l'ala napoleonica che chiude piazza San Marco, costruita demolendo la chiesa di San Geminiano; i Giardini pubblici strappati ai conventi; il cimitero di San Michele, creato perché si vietava di seppellire in città. Venezia perse l'indipendenza, conservò la scenografia ed ereditò l'urbanistica di un occupante.
Per approfondire
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