Il progetto d'Oriente
Nella primavera del 1798 il Direttorio cercava un modo per colpire l'Inghilterra senza affrontarne la marina nella Manica. Un'invasione diretta delle isole britanniche, considerata pochi mesi prima, appariva fuori portata per mancanza di una flotta capace di contendere il mare ai britannici. Talleyrand e Bonaparte, appena incoronati dalla gloria della campagna d'Italia e dal trattato di Campoformio, proposero un'altra idea: portare la guerra in Egitto, provincia nominale dell'Impero ottomano ma di fatto governata dai bey mamelucchi, per tagliare alla Compagnia britannica la via delle Indie e installare una base francese nel Mediterraneo orientale. L'ambizione andava oltre l'Egitto: alcuni, tra cui Bonaparte, sognavano una successiva marcia verso l'India, dove principi ostili ai britannici avrebbero potuto diventare alleati. Il Direttorio, che vedeva nella spedizione anche l'occasione di allontanare un generale giovane, popolare e già scomodo, diede il proprio assenso nel marzo 1798.
L'impresa non era soltanto militare. Bonaparte imbarcò con l'esercito una commissione di scienze e arti, circa centosettanta tra sapienti, ingegneri, artisti e tecnici, fra cui il matematico Gaspard Monge, il chimico Claude Berthollet, il naturalista Étienne Geoffroy Saint-Hilaire e il disegnatore Vivant Denon. L'idea, ben nello spirito dell'epoca, era di conquistare l'Egitto tanto con il sapere quanto con le armi, e di conferire alla spedizione un lustro che la distinguesse da una semplice operazione coloniale. La destinazione fu tenuta rigorosamente segreta: fino all'ultimo momento, la maggior parte degli ufficiali e dei soldati imbarcati a Tolone credeva di essere diretta in Irlanda o a Napoli.
Da Tolone ad Alessandria
La flotta salpò da Tolone il 19 maggio 1798, raggiunta da convogli provenienti da Genova, Civitavecchia e Corsica: in tutto quasi quarantamila uomini di truppa, tredici vascelli di linea e centinaia di trasporti, sotto il comando navale dell'ammiraglio Brueys. Sfuggì di poco alla squadra britannica di Nelson, che la cercava, e fece scalo a Malta, tenuta dall'ordine dei cavalieri di San Giovanni. Dopo una resistenza puramente formale, l'isola capitolò il 12 giugno; Bonaparte ne riorganizzò in pochi giorni l'amministrazione prima di ripartire.
Lo sbarco avvenne presso Alessandria nella notte tra il 1° e il 2 luglio, con mare mosso che ritardò e disorganizzò le truppe. Alessandria cadde il giorno successivo dopo un breve assalto. Iniziò allora la marcia verso il Cairo, attraverso un deserto in cui l'esercito soffrì il caldo, la sete e la scarsità di viveri; i soldati, abituati alle campagne d'Italia, restarono sbigottiti di fronte a villaggi di terra battuta, pozzi prosciugati e miraggi sfibranti. Il malcontento si diffuse tra i ranghi, e diversi ufficiali superiori, tra cui Murat, lasciarono trapelare la propria esasperazione davanti allo stesso Bonaparte. Il 13 luglio, a Chobrakit, sul Nilo, un primo scontro con la cavalleria mamelucca di Murad Bey si risolse a favore dei francesi, la cui artiglieria affondò la nave ammiraglia avversaria; lo scontro decisivo, lo sapevano tutti, si sarebbe combattuto davanti al Cairo.
La battaglia delle Piramidi
Il 21 luglio 1798 l'esercito francese giunse davanti a Embabeh, sulla riva sinistra del Nilo, di fronte al Cairo. Murad Bey vi aveva radunato varie migliaia di cavalieri mamelucchi, una cavalleria pesante e temuta, sostenuta da fanteria trincerata nel villaggio. Bonaparte dispose le sue cinque divisioni in quadrati, con l'artiglieria agli angoli, per resistere alle cariche; fu davanti a questa formazione, si racconta, che pronunciò la celebre frase sui «quaranta secoli» che li contemplavano dall'alto delle piramidi — parole che solo racconti successivi riportano, e la cui autenticità resta discussa.
Le cariche mamelucche si infransero una dopo l'altra contro i quadrati francesi, che non cedettero. La divisione Bon prese poi Embabeh alla baionetta; intrappolati tra i francesi e il fiume, numerosi difensori annegarono tentando di fuggire a nuoto. Murad Bey, ferito, si ritirò verso l'Alto Egitto. Le perdite francesi restarono contenute, una trentina di morti circa, contro quelle dei mamelucchi, che si contarono a migliaia. Tre giorni dopo, il 24 luglio, Bonaparte entrò al Cairo.
Abukir, la flotta annientata
La vittoria del Cairo perse gran parte della sua portata già poche settimane dopo. Nelson cercava da settimane la flotta francese nel Mediterraneo; la trovò il 1° agosto, alla fonda in linea nella baia di Abukir, alla foce del Nilo. La squadra britannica, inferiore di numero ma più mobile, attaccò alla sera e durante la notte, prendendo le navi francesi da entrambi i lati. La battaglia si trasformò in un disastro: la nave ammiraglia, L'Orient, esplose dopo aver preso fuoco, l'ammiraglio Brueys morì sul proprio ponte, e solo poche navi sfuggirono alla distruzione o alla cattura.
La disfatta navale di Abukir non costò nulla direttamente all'esercito di terra, ma cambiò la natura stessa della spedizione. Tagliata fuori dalla Francia, l'armata d'Oriente non poteva più ricevere rinforzi né rifornimenti via mare; le notizie dall'Europa le giungevano solo irregolarmente, tramite le rare navi che riuscivano a forzare il blocco, e lo stesso Bonaparte avrebbe potuto rientrare solo con un colpo audace. L'Impero ottomano, spettatore fino ad allora, dichiarò guerra alla Francia in settembre e cominciò a preparare una riconquista, per via di terra attraverso la Siria e per mare, con l'appoggio logistico della Royal Navy.
Il Cairo, l'Istituto e la rivolta
Bonaparte si installò al Cairo come un conquistatore che voleva anche amministrare e comprendere il paese. Creò un diwan, consiglio di notabili locali affiancato al governo, cercò di tenersi buone le autorità religiose e mostrò un rispetto calcolato per l'islam. Il 22 agosto 1798 fondò l'Istituto d'Egitto, presieduto da Monge, del quale lo stesso Bonaparte faceva parte come membro accanto ai sapienti della spedizione; vi si discuteva di irrigazione, di forni per il pane e di lingue antiche non meno che di astronomia o di chimica, nell'idea di mettere la scienza al servizio immediato dell'amministrazione del paese. Fu un ingegnere di questa commissione, Pierre-François Bouchard, a scoprire l'anno seguente, presso Rosetta, una stele incisa in tre scritture, destinata a un futuro che ancora nessuno immaginava.
Bonaparte si sforzò anche di presentare la conquista come una liberazione: promise di rispettare gli usi e la religione del paese, fece tradurre i suoi proclami in arabo e si circondò di sceicchi concilianti come quello di al-Azhar. Il gesto convinse poco una popolazione che vedeva soprattutto un esercito di occupazione cristiano insediato nel cuore di una capitale musulmana.
L'occupazione restò comunque fragile. Le nuove imposte, la presenza di truppe straniere e cristiane in una capitale musulmana, e le voci alimentate da ulema ostili nutrirono un risentimento che esplose il 21 e 22 ottobre 1798: la popolazione del Cairo si sollevò, uccidendo diverse decine di francesi isolati, tra cui il generale Dupuy. Bonaparte fece bombardare i quartieri insorti e assaltare la moschea di al-Azhar, rifugio degli insorti; la repressione causò diverse centinaia di morti, secondo stime che variano molto per mancanza di un conteggio attendibile. La calma tornò, ma restò precaria fino alla partenza dei francesi.
La spedizione di Siria: da Giaffa a San Giovanni d'Acri
Per anticipare l'offensiva ottomana già annunciata da Damasco, Bonaparte decise di portare la guerra nella Siria ottomana. Lasciò il Cairo il 6 febbraio 1799 alla testa di un corpo di circa tredicimila uomini, prese dopo alcuni giorni d'assedio la fortezza di frontiera di El-Arish, quindi Gaza, che oppose scarsa resistenza. Davanti a Giaffa, dove la guarnigione aveva fatto giustiziare gli inviati venuti a proporre la resa, l'assalto del 7 marzo si trasformò in un massacro: la città fu messa a sacco, e diverse migliaia di prigionieri, alcuni dei quali già rilasciati sulla parola dopo la presa di El-Arish, furono giustiziati per ordine di Bonaparte, non essendovi modo di nutrirli né di sorvegliarli. Il numero esatto resta dibattuto, con stime che vanno da duemila a quattromila uomini; l'episodio rimane uno dei più cupi della campagna. Fu anche a Giaffa che la peste comparve nell'esercito, un male che lo avrebbe perseguitato per il resto della spedizione.
L'esercito marciò poi su San Giovanni d'Acri, difesa dal governatore ottomano Ahmed Pascià, detto Gezzar, «il macellaio», e sostenuta dal mare dalla squadra del commodoro britannico Sidney Smith. Questi catturò lungo il percorso il convoglio che trasportava l'artiglieria d'assedio francese, privando Bonaparte dei suoi pezzi pesanti; un ingegnere realista francese al servizio degli ottomani, Antoine Le Picard de Phélippeaux, contribuì a rafforzare le difese della città. L'assedio si aprì il 20 marzo 1799. In mancanza di cannoni abbastanza potenti da aprire una breccia ampia, ci si dovette accontentare di pezzi da campagna e di alcuni mortai; una breccia giudicata praticabile il 28 marzo si rivelò difesa da un fossato largo e profondo, e l'assalto fallì con perdite pesanti. Le settimane seguenti videro susseguirsi una guerra di mine e contromine, punteggiata da sortite della guarnigione che rovinavano ripetutamente i lavori d'approccio, mentre i difensori, riforniti dalle navi di Sidney Smith, non mancarono mai né di viveri né di munizioni.
Il 16 aprile, un esercito ottomano di soccorso giunto da Damasco fu sul punto di accerchiare la divisione di Kléber ai piedi del monte Tabor; l'arrivo di Bonaparte con rinforzi capovolse la situazione e disperse gli ottomani. Ma la vittoria non cambiò nulla alla sorte dell'assedio: la peste dilagava nel campo francese, le munizioni scarseggiavano, e il 20 maggio 1799, dopo un ultimo assalto fallito, Bonaparte tolse l'assedio e ordinò la ritirata verso l'Egitto. La marcia di ritorno, sotto un caldo opprimente e attraverso un paese ostile, costò all'esercito altri uomini; racconti successivi affermano che i malati di peste ormai incurabili avrebbero ricevuto oppio per abbreviarne le sofferenze piuttosto che lasciarli agli ottomani, un'affermazione sempre contestata dal chirurgo capo Larrey.
Il ritorno in Egitto e la partenza di Bonaparte
Tornato al Cairo nel giugno 1799, Bonaparte dovette affrontare quasi subito uno sbarco ottomano appoggiato dalla flotta di Sidney Smith, nella baia di Abukir, proprio nel luogo in cui la marina francese era stata distrutta l'anno precedente. Il 25 luglio 1799 attaccò senza attendere: le divisioni di Lanusse e di Lannes sfondarono le prime linee ottomane, poi la cavalleria di Murat si gettò in una breccia aperta dall'artiglieria e caricò fino al campo avversario, dove Murat ferì e catturò di propria mano il comandante Mustafa Pascià. Sospinti verso il mare, migliaia di ottomani annegarono tentando la fuga; i superstiti rifugiatisi nel forte di Abukir capitolarono una settimana dopo. Fu una delle vittorie più nette di Bonaparte in Egitto.
Grazie a una nave catturata, Bonaparte apprese nei giorni seguenti dei rovesci subiti dalla Francia in Europa e dei disordini che scuotevano il Direttorio. Decise di rientrare senza attendere l'autorizzazione di Parigi, lasciando a Kléber il comando dell'esercito d'Egitto. Nella notte tra il 22 e il 23 agosto 1799 si imbarcò segretamente sulla fregata La Muiron con una ristretta cerchia di fedelissimi, tra cui Berthier, Lannes, Murat, Monge e Berthollet, sfuggì alle crociere britanniche e sbarcò a Fréjus il 9 ottobre. Un mese più tardi, il 18 brumaio, rovesciò il Direttorio.
Kléber, Menou e la fine della spedizione
Kléber, rimasto con un esercito ridotto e senza alcuna speranza di rinforzi, negoziò già nel gennaio 1800 la convenzione di El-Arish, che prevedeva l'evacuazione delle truppe francesi verso la Francia con armi e bagagli. Il comandante in capo britannico nel Mediterraneo, l'ammiraglio Keith, si rifiutò di ratificare un accordo così favorevole ed esigette una capitolazione senza condizioni. Kléber riprese allora le armi, annientò un esercito ottomano a Eliopoli il 20 marzo 1800 e represse una seconda rivolta del Cairo, prima di essere assassinato il 14 giugno 1800 da un giovane siriano, Solimano al-Halabi.
Il comando passò al generale Menou, convertitosi all'islam col nome di Abdallah e sposato con un'egiziana, figura assai meno rispettata dalla truppa rispetto a Kléber. Non riuscì a impedire lo sbarco di un corpo di spedizione britannico comandato dal generale Abercromby nel marzo 1801, appoggiato da forze ottomane giunte dalla Siria. Sconfitti presso Alessandria, dove Abercromby morì per le ferite riportate, i francesi arretrarono su due fronti, persero il Cairo in giugno e capitolarono infine ad Alessandria stessa il 30 agosto 1801, dopo aver retto diverse settimane d'assedio. Secondo i termini dell'accordo, i superstiti furono rimpatriati dalla marina britannica, ma dovettero cedere le proprie collezioni scientifiche, a cominciare dalla stele di Rosetta, che passò alla corona britannica. Vivant Denon, dal canto suo, riuscì a conservare i propri taccuini di disegni.
Un'eredità scientifica
Sul piano militare, la spedizione d'Egitto si concluse con un fallimento: una flotta perduta, un esercito infine capitolato, nessun guadagno territoriale duraturo. Lasciò tuttavia un'impronta considerevole. La commissione di scienze e arti pubblicò, tra il 1809 e il 1829, la monumentale Description de l'Égypte, varie decine di volumi di testi e tavole che censivano monumenti antichi, fauna, flora e società egiziana contemporanea con una precisione mai vista prima in Europa. L'opera alimentò una vera e propria egittomania nell'architettura, nell'arredamento e nelle arti decorative del Primo Impero e oltre.
La stele di Rosetta, conservata dal 1802 al British Museum, divenne la chiave che permise a Jean-François Champollion di decifrare, nel 1822, il segreto dei geroglifici, appoggiandosi anche ai lavori precedenti del fisico britannico Thomas Young; la scoperta fondò l'egittologia come disciplina scientifica moderna. Il gusto per l'Egitto antico, diffuso dalle incisioni di Denon e dalle tavole della Description, si ritrova a lungo nell'arredamento, nell'oreficeria e nell'architettura del Primo Impero, dalle sfingi di bronzo agli obelischi decorativi.
Dal trionfo effimero delle Piramidi al fallimento di San Giovanni d'Acri, la campagna d'Egitto e di Siria servì soprattutto a costruire, agli occhi di un pubblico francese rimasto per mesi senza notizie certe, la leggenda di un generale già coronato di gloria dall'Italia. Fu proprio questa reputazione intatta, quella di un vincitore che si diceva avesse domato il deserto e le piramidi, che Bonaparte venne a raccogliere al suo ritorno a Parigi, poche settimane prima di impadronirsi del potere il 18 brumaio.
Per saperne di più
- Henry Laurens, L'Expédition d'Égypte, 1798-1801, Seuil, coll. « Points Histoire », 1997.
- Juan Cole, Napoleon's Egypt. Invading the Middle East, Palgrave Macmillan, 2007.
- Thierry Lentz, Nouvelle histoire du Premier Empire, vol. I, Napoléon et la conquête de l'Europe, 1804-1810, Fayard, 2002 (capitoli di contesto sul ritorno dall'Egitto).
- Patrice Bret, L'Égypte au temps de l'expédition de Bonaparte, 1798-1801, Hachette Littératures, 1998.
- Un testimone: Vivant Denon, Voyage dans la Basse et la Haute Égypte pendant les campagnes du général Bonaparte, 1802.