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L'incoronazione di Napoleone (2 dicembre 1804)

Un papa fatto venire da Roma, una corona che Napoleone si pone da sé sul capo, un giuramento alla Rivoluzione pronunciato in una cattedrale: che cosa fu davvero l'incoronazione e che cosa voleva dire.

Perché una consacrazione

Nella primavera del 1804 Bonaparte era console a vita da due anni, ed era sfuggito alla morte più di una volta. All'inizio dell'anno la polizia sventò il complotto di Cadoudal, capo chouan venuto dall'Inghilterra per assassinarlo. Nella notte tra il 20 e il 21 marzo il duca d'Enghien, principe di casa Borbone rapito in territorio tedesco, fu processato e fucilato a Vincennes. Intorno al primo console se ne trasse la lezione: finché il regime poggiava su un solo uomo, bastava una pallottola per abbatterlo. Rendere ereditario il potere significava togliere ai congiurati la speranza di un vuoto.

Il 18 maggio 1804 un senatoconsulto proclamò Napoleone Bonaparte «imperatore dei francesi». Un plebiscito approvò l'ereditarietà della dignità imperiale con 3 572 329 sì contro 2569 no. Ma a Napoleone il voto non bastava. I re di Francia venivano consacrati a Reims, e i sovrani d'Europa lo consideravano ancora soltanto un generale fortunato. Voleva una consacrazione religiosa che ponesse la sua famiglia al rango delle antiche dinastie. Il Concordato firmato con Roma nel 1801 la rendeva possibile. Reims fu esclusa, troppo legata ai Borbone; la cerimonia si sarebbe svolta a Notre-Dame di Parigi. E sarebbe stato il papa a venire, mentre Carlo Magno era andato a Roma a farsi incoronare nell'anno 800.

Far venire il papa

Pio VII esitò a lungo. Recarsi a Parigi per consacrare l'uomo che pochi mesi prima aveva fatto giustiziare un Borbone non era affatto scontato per il capo della Chiesa. Ma sperava di ottenere in cambio delle concessioni, soprattutto il ritiro degli Articoli organici che il governo francese aveva aggiunto al Concordato senza l'accordo di Roma. Non ottenne nulla. Lasciò Roma all'inizio di novembre e attraversò la Francia all'arrivo dell'inverno.

Il 25 novembre Napoleone organizzò un incontro «casuale» nella foresta di Fontainebleau. L'Imperatore, in tenuta da caccia, arrivò a cavallo proprio mentre passava la carrozza del papa: il caso apparente evitava le questioni di precedenza che un ricevimento in piena regola avrebbe sollevato. I due uomini raggiunsero insieme il castello, poi Parigi, dove il papa si stabilì alle Tuileries il 28 novembre. Con sorpresa di Napoleone, i parigini accorrevano per vederlo e ricevere la sua benedizione.

In una radura della foresta Napoleone, sceso dal suo cavallo bianco, avanza verso il papa vestito di bianco che scende dalla carrozza; intorno cavalieri, cacciatori, soldati e cortigiani, con un obelisco sullo sfondo
Jean-Louis Demarne (figure) e Alexandre-Hyacinthe Dunouy (paesaggio), Incontro dell'imperatore Napoleone I e di papa Pio VII nella foresta di Fontainebleau, il 25 novembre 1804, 1808, olio su tela. Castello di Fontainebleau. Pubblico dominio, Wikimedia Commons.

Restava una difficoltà, che Giuseppina stessa rivelò al papa: il suo matrimonio con Napoleone, nel 1796, era stato soltanto civile. Per la Chiesa la coppia non era sposata, e Pio VII rifiutò di consacrare un'unione che non riconosceva. La vigilia della consacrazione, il 1° dicembre, il cardinale Fesch, zio dell'Imperatore, benedisse il matrimonio religioso alle Tuileries, quasi in segreto. Giuseppina ne conservò un certificato. Cinque anni dopo, al momento del divorzio, si invocarono le irregolarità di quella cerimonia per farla annullare.

Una festa da inventare

Non esisteva alcun modello per consacrare un imperatore dei francesi. Il cerimoniale, preparato per mesi, mescolava l'antico rito regale, prestiti dalla Roma imperiale e da Carlo Magno ed elementi ereditati dalla Rivoluzione. Il pittore Jean-Baptiste Isabey disegnò i costumi, gli architetti Percier e Fontaine trasformarono Notre-Dame, danneggiata durante la Rivoluzione: si costruirono tribune, si appesero tendaggi, si ricoprì la pietra gotica, allora giudicata fuori moda, con decorazioni di cartone che imitavano il marmo, e si innalzò un portico neogotico davanti alla facciata. La musica fu affidata a Jean-François Le Sueur e a Giovanni Paisiello.

Le insegne reali erano state quasi tutte fuse durante la Rivoluzione. Si recuperò lo scettro di Carlo V, sopravvissuto, e l'orafo Martin-Guillaume Biennais realizzò il resto: una corona battezzata «corona di Carlo Magno», una mano di giustizia e, per l'Imperatore stesso, una corona d'alloro d'oro alla maniera dei Cesari. Era così pesante che Napoleone ne fece togliere sei foglie; oggi ne restano due, una delle quali esposta a Fontainebleau. Al posto del giglio la nuova dinastia adottò l'ape, in ricordo delle api d'oro trovate nel 1653 nella tomba di Childerico, padre di Clodoveo, e l'aquila, emblema degli imperatori.

Incisione colorata di un uomo in piedi in abito e lungo mantello di velluto bianco ricamati di api d'oro, con la placca e il gran collare della Legion d'onore e un cappello piumato bianco in mano
Abito di un principe francese per la consacrazione, incisione di Simonet da Jean-Baptiste Isabey e Charles Percier, per l'opera ufficiale sulla cerimonia pubblicata a partire dal 1805. Pubblico dominio, Wikimedia Commons.

Il 2 dicembre

Domenica 2 dicembre 1804 faceva un freddo glaciale. Molti invitati aspettavano nella cattedrale dall'alba. L'ambasciatore della Repubblica Batava scrisse alla moglie che «perfino gli uomini non resistevano più», e compativa le dame, alle quali il cerimoniale vietava di coprirsi con uno scialle. Il corteo del papa lasciò le Tuileries alle nove ed entrò in Notre-Dame verso le dieci e mezza. Poi si mise in moto quello dell'Imperatore, venticinque carrozze scortate dalla cavalleria. Napoleone passò dall'arcivescovado per indossare il grande costume. Madame de Rémusat, dama di palazzo di Giuseppina, lo vide in quel momento: «La sua piccola statura si perdeva sotto l'enorme manto d'ermellino. Una semplice corona d'alloro gli cingeva il capo; somigliava a una medaglia antica».

La cerimonia durò quasi cinque ore. Il papa procedette alle unzioni, poi benedisse una a una le insegne, che venivano consegnate all'Imperatore: l'anello, la spada, il manto, la mano di giustizia, lo scettro. Venne il momento dell'incoronazione. Napoleone prese egli stesso la corona dall'altare e se la pose sul capo, poi incoronò Giuseppina inginocchiata davanti a lui. Il gesto, spesso presentato come un'improvvisazione che avrebbe umiliato il papa, era stato stabilito in anticipo: secondo Madame de Rémusat si era convenuto che «l'imperatore si sarebbe incoronato da sé e il papa avrebbe dato soltanto la sua benedizione». Diceva comunque l'essenziale: Napoleone non doveva la sua corona a nessuno. Il papa, notò la stessa testimone, «ebbe sempre un po' l'aria di una vittima rassegnata, ma nobilmente rassegnata».

I sovrani salirono poi su un grande trono eretto nella navata. Pio VII li benedisse e intonò il Vivat imperator in aeternum. Quindi Napoleone, con la mano sul Vangelo, pronunciò il giuramento previsto dalla Costituzione. Vi giurava tra l'altro di «rispettare e far rispettare l'uguaglianza dei diritti, la libertà politica e civile, l'irrevocabilità delle vendite dei beni nazionali». In una cattedrale, davanti ai vescovi, l'Imperatore prometteva di conservare le conquiste della Rivoluzione. La tradizione vuole che, nel mezzo dei preparativi, abbia sussurrato al fratello Giuseppe: «Se nostro padre ci vedesse!»

Immensa scena nel coro di Notre-Dame: Napoleone, in piedi con un manto porpora, solleva una corona sopra Giuseppina inginocchiata, sotto lo sguardo del papa seduto e di una folla di dignitari, prelati e dame di corte
Jacques-Louis David, Consacrazione dell'imperatore Napoleone I e incoronazione dell'imperatrice Giuseppina nella cattedrale di Notre-Dame di Parigi, il 2 dicembre 1804, 1805-1807, olio su tela, 6,21 × 9,79 m. Museo del Louvre. Pubblico dominio, Wikimedia Commons.

Un quadro che ha preso il posto della giornata

Napoleone commissionò a David, suo primo pittore, quattro grandi tele sulle feste della consacrazione; ne furono dipinte solo due. Per La consacrazione David si stabilì in un'antica cappella vicino alla Sorbona e vi lavorò dal dicembre 1805 alla fine del 1807. La tela, larga quasi dieci metri e alta più di sei, riunisce quasi duecento personaggi, quasi tutti riconoscibili. Fu esposta al Salon del 1808.

David aveva dapprima abbozzato l'Imperatore che si incorona da sé. Alla fine dipinse il momento successivo, l'incoronazione di Giuseppina, in cui Napoleone appare più generoso che superbo. Si prese altre libertà. Letizia Bonaparte, madre di Napoleone, siede in una tribuna, benché fosse rimasta a Roma, contrariata per il trattamento riservato al figlio Luciano. Il papa, rappresentato dapprima con le mani sulle ginocchia, ne alza una per benedire; l'Imperatore, si racconta, non l'aveva fatto venire da tanto lontano perché non facesse nulla. David dipinse più tardi una replica, terminata in esilio a Bruxelles nel 1822 e oggi a Versailles. Ed è questa immagine, molto più dei racconti dei testimoni, ad aver fissato per i posteri il ricordo del 2 dicembre.

Le aquile, poi la corona ferrea

Tre giorni dopo la consacrazione, il 5 dicembre, al Campo di Marte, Napoleone consegnò a ogni reggimento una bandiera sormontata da un'aquila di bronzo dorato. Sotto la pioggia gli ufficiali giurarono di difendere quelle aquile fino alla morte. La consacrazione aveva il suo pendant militare: l'Impero poggiava sulla Chiesa e sull'esercito. David ne trasse la sua seconda grande tela, La distribuzione delle aquile, terminata nel 1810. Nel frattempo Napoleone aveva divorziato: Giuseppina, che gli stava accanto, fu cancellata dal quadro.

Su una tribuna coperta da un baldacchino, Napoleone nel manto della consacrazione tende il braccio verso una folla di marescialli e ufficiali che si precipitano verso di lui brandendo bandiere sormontate da aquile
Jacques-Louis David, Giuramento dell'esercito all'Imperatore dopo la distribuzione delle aquile, 5 dicembre 1804, 1810, olio su tela. Reggia di Versailles. Pubblico dominio, Wikimedia Commons.

Quando la Repubblica Italiana divenne un regno, Napoleone vi si fece incoronare a sua volta. Il 26 maggio 1805, nel duomo di Milano, si pose sul capo la corona ferrea degli antichi re longobardi pronunciando, secondo la tradizione, la formula legata a quella corona: «Dio me l'ha data, guai a chi la tocca».

Che cosa voleva dire la consacrazione

La consacrazione fu anzitutto una sintesi. Prendeva a prestito elementi dal rituale dei re di Francia, dagli imperatori romani e da Carlo Magno, e faceva giurare la Rivoluzione in una cattedrale. Napoleone voleva rassicurare gli ex rivoluzionari, che vedevano tornare una corte, dei titoli e un'etichetta, garantendo loro l'uguaglianza civile e i beni nazionali; e voleva conquistare i cattolici e i monarchici moderati convincendoli che il nuovo sovrano era un monarca come gli altri, benedetto dalla Chiesa.

Il ritratto che Ingres espose al Salon del 1806 spinse questa ambizione fino alla stranezza. L'Imperatore siede frontale sul trono, immobile come un'icona, coronato d'alloro d'oro, lo scettro di Carlo V in una mano e la mano di giustizia nell'altra, la spada al fianco, il collare della Legion d'onore sull'ermellino seminato d'api, un'aquila imperiale tessuta nel tappeto ai suoi piedi. Tutti i segni della consacrazione sono riuniti su un'unica tela. La critica la trovò fredda e arcaica, quasi «gotica». Eppure dice esattamente ciò che il 2 dicembre aveva voluto mostrare: un potere nato dalla Rivoluzione, rivestito di tutta la maestà dei secoli.

Napoleone seduto frontalmente su un trono dorato dallo schienale rotondo, con manto d'ermellino e velluto porpora, coronato d'alloro d'oro, con in mano uno scettro e una mano di giustizia, un'aquila ricamata sul tappeto ai suoi piedi
Jean-Auguste-Dominique Ingres, Napoleone I sul trono imperiale, 1806, olio su tela. Musée de l'Armée, Parigi. Pubblico dominio, Wikimedia Commons.

Non tutti ne furono convinti. Molti repubblicani vi videro un tradimento. Secondo il suo allievo Ferdinand Ries, Beethoven, appresa in primavera la proclamazione dell'Impero, avrebbe cancellato con rabbia il nome di Bonaparte dal frontespizio della sua terza sinfonia. I realisti, dal canto loro, deridevano un usurpatore travestito da re. A Londra il caricaturista James Gillray pubblicò il 1° gennaio 1805 la sua versione del corteo: tre principesse della famiglia nelle vesti di «Grazie imperiali», Talleyrand che porta la genealogia dell'Imperatore, il papa condotto dal cardinale Fesch e i sovrani del continente ridotti a reggere lo strascico del nuovo padrone.

Lunga caricatura colorata a fregio: un corteo di personaggi grotteschi sfila sotto le bandiere; al centro Napoleone e Giuseppina incoronati, preceduti dal papa, da Talleyrand e da tre principesse in abiti leggeri, seguiti da sovrani che reggono lo strascico
James Gillray, The Grand Coronation-Procession of Napoleone the 1st Emperor of France, from the Church of Notre-Dame, Decr. 2d 1804, acquaforte colorata, 1805. Bibliothèque nationale de France. Pubblico dominio, Wikimedia Commons.

Della giornata in sé non resta quasi nulla. L'apparato di Notre-Dame è scomparso, e il coro dell'epoca fu smontato durante il restauro di Viollet-le-Duc, a metà Ottocento. I costumi e le insegne proprie dell'Imperatore furono distrutti durante la Restaurazione. La cosiddetta corona di Carlo Magno è invece conservata al Louvre; ironia della storia, servì nel 1825 alla consacrazione di Carlo X, l'ultimo re consacrato a Reims. Cinque delle carrozze del corteo sono esposte a Versailles, nella galleria delle Carrozze. E resta il quadro di David, davanti al quale si fermano ogni giorno migliaia di visitatori del Louvre, e che dice senza dubbio meglio di ogni altra cosa ciò che Napoleone si aspettava da quella giornata.

Per approfondire

  • José Cabanis, Le Sacre de Napoléon, 2 décembre 1804, Gallimard, 1970.
  • Thierry Lentz (a cura di), Le Sacre de Napoléon, Nouveau Monde, 2003.
  • David Chanteranne, Le Sacre de Napoléon, Tallandier, 2004.
  • Frédéric Masson, Le Sacre et le couronnement de Napoléon, 1908.
  • Una testimone: Claire de Rémusat, Mémoires, pubblicate nel 1880.

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