Un paese dalle mille consuetudini
Prima del 1804, un francese che cambiava provincia cambiava spesso anche diritto. Al sud, nei cosiddetti paesi di diritto scritto, si applicava un diritto romano adattato da secoli di pratica. Al nord, nei paesi di consuetudine, ogni regione, a volte ogni città, seguiva regole proprie, messe per iscritto a partire dal XVI secolo. La consuetudine di Parigi era la più influente, ma quelle di Normandia, di Bretagna o di Orléans regolavano in altro modo il matrimonio, l'eredità o i debiti. Voltaire se ne prendeva gioco nel suo Dizionario filosofico: «Un uomo che viaggia in questo paese cambia legge quasi tante volte quanti cavalli di posta cambia».
A questo mosaico si aggiungevano le differenze di condizione. Il nobile, l'ecclesiastico e il popolano non avevano gli stessi diritti, e nelle famiglie nobili il primogenito ereditava spesso la parte essenziale dei beni. I re avevano cercato di unificare il possibile: Luigi XIV impose nel 1679 l'insegnamento del «diritto francese» nelle facoltà, le ordinanze del cancelliere d'Aguesseau uniformarono nel XVIII secolo le donazioni e i testamenti, e giuristi come Domat e poi Pothier cercarono principi comuni dietro la varietà delle consuetudini. Pothier, morto nel 1772, sarebbe stato uno degli autori più sfruttati dai redattori del Codice. Ma sotto l'Antico regime nessuno aveva i mezzi per fare tabula rasa.
Dieci anni di fallimenti
La Rivoluzione se ne diede l'ambizione. La Costituzione del 1791 prometteva che «sarà fatto un Codice di leggi civili comuni a tutto il Regno». Nel frattempo le assemblee legiferavano a pezzi: abolirono i privilegi e il diritto di primogenitura, affidarono lo stato civile ai comuni e introdussero il divorzio nel 1792, imposero l'uguaglianza tra gli eredi. Il codice, però, non arrivava.
Cambacérès, giurista di Montpellier, ci provò tre volte. Il suo primo progetto, di 719 articoli, fu presentato nel 1793 e giudicato troppo tecnico, poco «filosofico». Il secondo, di 297 articoli nel 1794, sembrò troppo scarno. Il terzo, di 1104 articoli nel 1796, si arenò sotto il Direttorio. Un quarto, presentato da Jacqueminot nel dicembre 1799, non fu nemmeno discusso. Lo storico del diritto Jean-Louis Halpérin ha riassunto quel decennio nel titolo di un libro: L'Impossible Code civil, l'impossibile Codice civile. Eppure si era lavorato molto, e i redattori del 1800 ne avrebbero fatto largo uso.
Quattro giuristi, quattro mesi
Bonaparte, primo console dal colpo di Stato di Brumaio, riprese il cantiere al ritorno da Marengo. Il 12 agosto 1800 (24 termidoro dell'anno VIII), un decreto dei consoli nominò una commissione di quattro giuristi. Tronchet, che aveva difeso Luigi XVI davanti alla Convenzione, conosceva meglio di chiunque la consuetudine di Parigi; Bigot de Préameneu veniva da Rennes e dal diritto bretone; Portalis, avvocato di Aix, si era formato sul diritto romano; Maleville, magistrato del Périgord, altra terra di diritto scritto, faceva da segretario. Due uomini delle consuetudini e due del diritto scritto: la composizione era già un programma.
Lavorarono in fretta. Redatto in quattro mesi, il progetto fu stampato nel gennaio 1801 e inviato al Tribunale di cassazione e ai tribunali d'appello, che rimandarono le loro osservazioni per iscritto. Portalis ne firmò la presentazione, il Discorso preliminare, ancora oggi considerato una delle più belle pagine della prosa giuridica francese. Vi respingeva l'idea di un codice ricavato interamente dalla ragione: «I codici dei popoli si fanno col tempo; ma, a dire il vero, non si fanno». Il Codice sarebbe stato, diceva, una transazione tra il diritto scritto e le consuetudini, tra la Francia antica e la Rivoluzione.
Bonaparte al Consiglio di Stato
Il testo passò poi al Consiglio di Stato, l'istituzione creata dalla Costituzione dell'anno VIII per preparare le leggi. Dal luglio 1801 al marzo 1804 vi fu discusso articolo per articolo, in un centinaio di sedute secondo i verbali. Bonaparte ne presiedette più della metà, Cambacérès le altre; i conteggi degli storici non coincidono, ma l'assiduità del primo console è fuori discussione. Non era un giurista. Faceva domande, tornava sui punti che gli stavano a cuore, spingeva gli specialisti a concludere e tagliava corto quando il dibattito girava a vuoto.
Soprattutto la famiglia lo interessava. Difese il mantenimento del divorzio, anche consensuale, e quello dell'adozione. Diversi storici vi vedono il segno della sua situazione personale: sposato con una donna che non gli aveva dato figli, pensava già alla sua successione. Per il resto lasciava quasi sempre l'ultima parola ai giuristi, e il grosso del testo deve molto più a Tronchet, a Portalis e ai consiglieri di Stato che a lui.
La prova delle assemblee
La Costituzione dell'anno VIII riservava al governo l'iniziativa delle leggi. Il Tribunato discuteva i progetti, il Corpo legislativo li votava senza dibattito. Eppure fu proprio lì che il Codice rischiò di naufragare. Alla fine del 1801 il Tribunato, dove sedevano ancora ex rivoluzionari inquieti per il potere crescente del primo console, attaccò il titolo preliminare, e il Corpo legislativo lo respinse a stretta maggioranza. Bonaparte non trattò: il 2 gennaio 1802 ritirò tutti i progetti. In primavera il rinnovo di un quinto delle assemblee servì ad allontanare gli oppositori più decisi, tra cui Benjamin Constant, e il Tribunato fu riorganizzato per esaminare i testi prima della loro presentazione ufficiale.
La strada era libera. I 36 titoli del Codice furono votati uno per uno, come altrettante leggi, tra il marzo 1803 e il marzo 1804. La legge del 30 ventoso dell'anno XII, il 21 marzo 1804, li riunì in un unico corpo di 2281 articoli: il Codice civile dei francesi. Quello stesso 21 marzo, in piena notte, il duca d'Enghien era stato fucilato nei fossati di Vincennes. Nel 1807 il Codice prese il nome di Codice Napoleone. Il nome seguì poi i regimi: Codice civile durante la Restaurazione, di nuovo Codice Napoleone sotto il Secondo Impero, Codice civile dal 1870.
Che cosa dice il Codice
Dopo un breve titolo preliminare sulle leggi, il Codice si divide in tre libri: le persone; i beni e la proprietà; i diversi modi di acquistare la proprietà, che comprendono le successioni, le donazioni, i contratti e il regime dei beni tra coniugi. Le frasi sono brevi, il lessico semplice, le eccezioni rare. Un cittadino istruito poteva leggerlo senza avvocato, ed era voluto.
Il Codice sancisce anzitutto l'uguaglianza civile. «Ogni francese godrà dei diritti civili», dice l'articolo 8: nel diritto privato non ci sono più nobili e popolani. Il diritto di primogenitura non torna; i figli ereditano in parti uguali, femmine e maschi, e il padre può disporre liberamente solo di una parte dei suoi beni, che si riduce con il numero dei figli. Lo stato civile resta affidato ai sindaci, e il matrimonio è un contratto civile, celebrato in municipio.
Protegge poi la proprietà, che secondo l'articolo 544 è «il diritto di godere e disporre delle cose nella maniera più assoluta, purché non se ne faccia un uso vietato dalle leggi o dai regolamenti». Dà ai contratti una forza quasi sacra: «Le convenzioni legalmente formate hanno forza di legge per coloro che le hanno fatte» (articolo 1134). E fissa in una sola frase tutto il diritto della responsabilità: «Qualunque fatto dell'uomo che arreca danno ad altri obbliga colui per colpa del quale è avvenuto a risarcirlo» (articolo 1382). Per gli acquirenti dei beni nazionali, contadini o borghesi che avevano comprato le terre della Chiesa e degli emigrati, una proprietà così saldamente protetta era una garanzia: ciò che la Rivoluzione aveva venduto non sarebbe stato ripreso.
Il padre, il marito e il padrone
Nel 1804 uguaglianza non significava ciò che significa oggi. Il Codice organizza una società di proprietari al cui centro sta il padre di famiglia. «Il marito deve protezione alla moglie, la moglie obbedienza al marito», dispone l'articolo 213. La donna sposata non poteva vendere, donare, ipotecare né stare in giudizio senza l'autorizzazione del marito. L'adulterio non era trattato allo stesso modo secondo il sesso: il marito poteva chiedere il divorzio per l'adulterio della moglie, la moglie invece solo se il marito aveva «tenuto la concubina nella casa comune».
Il padre poteva far rinchiudere un figlio di meno di sedici anni per un mese al massimo, con una semplice richiesta al presidente del tribunale. Il figlio nato fuori dal matrimonio aveva diritti ridotti, e «la ricerca della paternità è vietata» (articolo 340). Nei rapporti di lavoro, l'articolo 1781 risolveva in anticipo le liti sui salari: «Il padrone è creduto sulla sua affermazione». Nelle colonie, infine, dove Bonaparte aveva ristabilito la schiavitù nel 1802, gli schiavi restavano fuori da questo diritto comune.
Il divorzio, mantenuto nel 1804 ma reso molto più difficile che nel 1792, fu abolito nel 1816 durante la Restaurazione e ristabilito nel 1884. La donna sposata dovette attendere il 1938 per non essere più giuridicamente incapace e il 1965 per poter lavorare e aprire un conto senza il consenso del marito; nel 1970 la potestà genitoriale sostituì la patria potestà, e nel 1972 la legge proclamò l'uguaglianza dei figli nati fuori dal matrimonio. Queste regole non erano dimenticanze. Riflettevano la società dei notabili che aveva scritto il Codice, e molte venivano dritte dall'Antico regime.
Il Codice fuori dalla Francia
Il Codice seguì gli eserciti. Si applicò subito nei territori annessi: il Belgio, la riva sinistra del Reno, il Piemonte e poi l'Olanda e i dipartimenti anseatici. Gli Stati sotto influenza francese lo adottarono a loro volta: il Regno d'Italia nel 1806, il regno di Vestfalia e il ducato di Varsavia nel 1808, il Regno di Napoli nel 1809. Il granducato di Baden ne fece nel 1809 il proprio codice, tradotto e integrato.
La caduta dell'Impero non lo cancellò ovunque, tutt'altro. Nella Renania prussiana e nel Baden rimase in vigore fino all'entrata in vigore del Codice civile tedesco, il 1° gennaio 1900. Nell'ex regno di Polonia, ciò che ne restava fu abrogato solo alla fine del 1946. In Belgio e in Lussemburgo non ha mai smesso di applicarsi; il Belgio lo sostituisce, libro per libro, solo dal 2020, e il testo del 1804 vi si chiama ora ufficialmente «vecchio Codice civile».
Altrove il Codice servì da modello senza essere imposto. La Louisiana vi si ispirò già nel 1808, Haiti nel 1826, il Basso Canada nel 1866. I codici civili dei Paesi Bassi (1838), della Romania (1864), dell'Italia unita (1865), del Portogallo (1867) e della Spagna (1889) gli devono molto, così come quelli dell'America latina, spesso attraverso il codice cileno di Andrés Bello (1855). Ancora nel Novecento il Codice civile egiziano del 1949, ripreso a sua volta da diversi paesi arabi, si appoggiava in parte al diritto francese. Nessun altro testo giuridico francese ha viaggiato così lontano.
Due secoli dopo
Il Codice civile è ancora in vigore in Francia. È cambiato molto, lentamente all'inizio (appena 130 articoli modificati tra il 1804 e il 1880), poi a grande velocità dagli anni Sessanta: diritto di famiglia, filiazione, regimi patrimoniali e, nel 2016, una riforma completa del diritto dei contratti. All'inizio degli anni Duemila erano ancora in vigore più di 1100 dei 2281 articoli originari, secondo i conteggi dei giuristi. Il più celebre, il vecchio articolo 1382 sulla responsabilità, ha cambiato numero nel 2016 diventando l'articolo 1240, senza che ne fosse toccata una sola parola. Il giurista Jean Carbonnier vedeva nel Codice «la costituzione civile dei francesi».
La sua lingua conquistò anche gli scrittori. Il 30 ottobre 1840 Stendhal scriveva a Balzac: «Componendo la Certosa, per prendere il tono, leggevo ogni mattina due o tre pagine del Codice civile, per essere sempre naturale». Lo stesso anno Gavarni disegnava uno studente di legge che si lasciava arricciare i capelli dall'amante con bigodini di carta ritagliati dal suo Codice.
Napoleone sapeva che cosa sarebbe rimasto. A Sant'Elena, secondo il generale de Montholon che ne condivise l'esilio, avrebbe dichiarato: «Waterloo cancellerà il ricordo di tante vittorie […]. Ma ciò che nulla cancellerà, ciò che vivrà in eterno, è il mio Codice civile». Molte citazioni vi aggiungono un aggettivo, «la mia vera gloria», assente dal racconto di Montholon. La frase non ne aveva bisogno. Due secoli dopo, centinaia di milioni di persone vivono sotto leggi che discendono, da vicino o da lontano, dai 2281 articoli del 1804.
Per approfondire
- Jean-Étienne-Marie Portalis, Discours préliminaire du premier projet de Code civil, 1801.
- Jean-Louis Halpérin, L'Impossible Code civil, Presses universitaires de France, 1992.
- Jean-Louis Halpérin, Histoire du droit privé français depuis 1804, Presses universitaires de France, 1996.
- Jean Carbonnier, «Le Code civil», in Pierre Nora (a cura di), Les Lieux de mémoire, vol. II, La Nation, Gallimard, 1986.
- Yves Lequette e Laurent Leveneur (a cura di), 1804-2004. Le Code civil, un passé, un présent, un avenir, Dalloz, 2004.