La scommessa
Napoleone lasciò Portoferraio il 26 febbraio 1815 con sette bastimenti e millecento uomini, tra cui quattrocento granatieri della Guardia e un centinaio di lancieri polacchi. Lo sbarco al golfo Juan, il 1º marzo, non incontrò resistenza. La via diretta per la valle del Rodano era quella del Mezzogiorno realista: scelse le Alpi, mulattiere e valichi innevati, abbandonando l'artiglieria.
Laffrey
Il 7 marzo, all'imbocco della gola di Laffrey, il 5º reggimento di linea sbarrò la strada, inviato da Grenoble per arrestarlo. Napoleone fece mettere l'arma sotto il braccio, avanzò da solo a tiro di fucile e aprì la redingote: «Se c'è tra voi uno che vuole uccidere il suo imperatore, eccomi». I soldati ruppero le righe gridando «Viva l'Imperatore!». La sera stessa Grenoble aprì le porte; il 10 Lione lo accolse.
Ad Auxerre, il 17, Ney — che aveva promesso a Luigi XVIII di ricondurlo «in una gabbia di ferro» — si schierò al suo fianco con seimila uomini. Il re lasciò le Tuileries nella notte tra il 19 e il 20 e raggiunse Gand.
Venti giorni
La sera del 20 marzo l'Imperatore fu portato a braccia su per lo scalone delle Tuileries da una folla di ufficiali. Mille chilometri in venti giorni, un trono ripreso senza un colpo di fucile: è l'episodio più romanzesco della sua vita, quello che il Moniteur seguì cambiando ogni giorno vocabolario, da «l'usurpatore» a «Sua Maestà l'Imperatore».
Ma l'Europa non seguì: il congresso di Vienna lo aveva messo fuori legge già il 13 marzo. Riconquistare un paese non valeva riconoscimento; restavano cento giorni per ottenerlo con le armi.
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