Cavalleria

Squadrone sacro

Ufficiali a cavallo di scorta all'Imperatore (novembre-dicembre 1812)

1812

Formato intorno al 23 novembre 1812, nel momento più duro della ritirata di Russia, lo Squadrone sacro riunì ufficiali che avevano conservato il cavallo quando i loro reggimenti non esistevano più. I generali vi facevano da capitani e i colonnelli da sottufficiali: una guardia improvvisata il cui nome entrò nella storia grazie al 29º Bollettino.

Origini e creazione

Alla fine di novembre 1812 la cavalleria della Grande Armée aveva quasi cessato di esistere. Il freddo, la mancanza di foraggio e le marce forzate avevano ucciso la maggior parte dei cavalli; interi reggimenti, privi di cavalcature, erano ridotti a quadri. Molti ufficiali di cavalleria camminavano a piedi, i loro uomini erano scomparsi. Alcuni, tuttavia, avevano salvato il cavallo.

Con loro fu costituita intorno al 23 novembre una scorta per l'Imperatore. Le fonti collocano l'episodio presso il Bobr, forse a Borisov, alla vigilia del passaggio della Beresina (26-29 novembre). Non è stato trovato alcun ordine scritto di creazione, né un elenco nominativo complessivo: le carte dello stato maggiore di Berthier possono essersi perse nella ritirata. La formazione può dunque essere avvenuta a voce.

Organizzazione ed effettivi

Il 29º Bollettino della Grande Armée, datato Molodečno, 3 dicembre 1812, descrive un'unità di quattro compagnie di centocinquanta uomini, ossia seicento cavalieri. Gli storici moderni sono più cauti: David Chandler, per esempio, parla di circa cinquecento. La cifra del bollettino appartiene tanto alla comunicazione quanto al conteggio, ed è meglio leggerla come un ordine di grandezza.

La particolarità dell'unità stava nella gerarchia capovolta. Vi servivano soltanto ufficiali: quelli sotto il grado di colonnello montavano come semplici cavalieri, i colonnelli svolgevano le funzioni di sottufficiali e i generali quelle di capitani. Questo declassamento volontario, che il bollettino mette in risalto, dice la gravità del momento quanto la disciplina di un corpo che non aveva più truppa da comandare.

Il comando è in genere attribuito al generale di divisione Emmanuel de Grouchy, agli ordini di Murat, re di Napoli, che guidava allora la cavalleria. La tradizione cita tra i generali e gli ufficiali superiori coinvolti La Tour-Maubourg, La Grange, Rambourgt, Fernig e Castellane; le liste variano però da un autore all'altro, e alcune identificazioni restano incerte.

Ruolo e servizio

La missione era semplice e senza gloria: non perdere di vista l'Imperatore. Il bollettino lo dice a suo modo, notando che lo squadrone «non perdeva di vista» Napoleone nei suoi spostamenti. Non aveva cariche da condurre né posizioni da tenere; il suo ruolo era quello di una guardia ravvicinata, in un momento in cui la stessa Guardia a cavallo era esausta e il rischio di una sorpresa dei cosacchi sulla colonna imperiale era più che reale.

Lo squadrone accompagnò così il quartier generale nel passaggio della Beresina e poi nelle tappe verso Molodečno e Vilna. Napoleone lasciò l'armata il 5 dicembre per tornare a Parigi, affidando il comando a Murat. La scorta gli sopravvisse solo di pochi giorni.

Un nome entrato nella leggenda

Il nome di «Squadrone sacro» viene dal 29º Bollettino stesso, primo testo ufficiale a lasciar intravedere alla Francia l'entità del disastro. Rimanda all'antica Banda Sacra di Tebe, corpo d'élite celebre per la fedeltà: l'allusione dotta poteva lusingare ufficiali che la sorte aveva ridotto al rango di cavalieri, e collocava l'episodio nel registro del sacrificio eroico. L'espressione sarebbe stata applicata poi ad altre truppe d'élite raccolte nelle disfatte.

Per Napoleone, che allora curava la propria immagine, il racconto offriva una consolazione: quella di un'armata i cui capi, generali compresi, accettavano di servire da semplici soldati attorno al loro sovrano.

Scioglimento e memoria

Secondo la storiografia, lo Squadrone sacro fu sciolto il 10 dicembre 1812 a Kovno, dopo circa diciassette giorni di esistenza, quando l'armata ripassò il Niemen e la ragion d'essere della scorta venne meno. Alcuni dei suoi membri, come Castellane, lasciarono preziose memorie della campagna.

Breve e poco documentata, questa truppa senza reggimento né bandiera non ha alcun fatto d'armi al suo attivo. Conserva tuttavia un posto a parte nella memoria del 1812, perché riunisce in un'unica fila ciò che la ritirata ebbe di più tragico: una cavalleria senza cavalli, capi senza truppe e un imperatore che, per attraversare la Lituania, si affidava ai propri ufficiali.

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