Seconda città di Francia, Lione doveva essere il chiavistello. Il conte d'Artois, fratello del re, e il maresciallo Macdonald vi organizzarono la resistenza; passarono in rivista le truppe, chiesero un grido per il re e ottennero solo silenzio. Artois lasciò la città nella notte fra il 9 e il 10 marzo, scortato da un solo ufficiale di cavalleria disposto a seguirlo.
Napoleone entrò la sera del 10 marzo, acclamato dai canuts e dai sobborghi. Restò tre giorni e vi governò: i decreti di Lione, datati 13 marzo, sciolsero le Camere, annullarono le nomine della Restaurazione, soppressero la nobiltà antica ristabilita, bandirono gli emigrati rientrati e ordinarono la confisca dei loro beni.
Il tono era deliberato. Il ritorno si presentava come la rivincita del 1789 sul 1814: è il momento in cui l'avventura dei Cento Giorni cerca un appoggio popolare, in mancanza di quello delle élite. La contraddizione sarebbe esplosa un mese dopo con l'Atto addizionale, testo liberale redatto da Benjamin Constant, che deluse entrambi i campi insieme.
Lione aveva ragioni per accoglierlo. La seteria, crollata sotto la Rivoluzione, era stata rilanciata dalle commesse del Mobilio imperiale: tappezzerie dei palazzi, abiti di corte, uniformi. Place Bellecour, rasa al suolo nel 1793 per punire la rivolta federalista, era stata ricostruita per ordine del Consolato. La città restituiva quel che le era stato dato.